di Michele Passione*
Il Dubbio, 20 marzo 2021
Martedì la corte si esprimerà sulla liberazione condizionale. Il 23 ottobre 2019 la Corte costituzionale (sent. 253) libera gli ergastolani ostativi (e tutti i condannati per i delitti di prima fascia) dalla preclusione che impediva la concessione del permesso premio ai non collaboranti, trasformando (nel solco di una risalente e consolidata giurisprudenza) la presunzione assoluta di pericolosità in relativa, anche perché "l'inammissibilità in limine della richiesta di permesso premio può arrestare sul nascere il percorso risocializzante, frustrando la stessa volontà del detenuto di progredire su quella strada ciò non è consentito dall'art. 27/ 3 Cost.".
Stante il perimetro del devoluto, la Corte precisa che "le questioni di legittimità costituzionale sollevate non riguardano la legittimità costituzionale della disciplina relativa al cosiddetto ergastolo ostativo, sulla cui compatibilità si è, di recente, soffermata la Corte europea dei diritti dell'uomo, sentenza 13 giugno 2019, Viola contro Italia".
Adesso ci siamo; il 23 marzo (di nuovo questo numero) la Corte è chiamata a pronunciarsi definitivamente sul punto, misurandosi col precedente citato e con la pronuncia convenzionale, dovendo tener conto, anche in questo caso, del diritto al silenzio (cfr. ord. 117/ 2019 Corte cost.), "quale corollario essenziale dell'inviolabilità del diritto di difesa, riconosciuto dall'art. 24 Cost.", recentemente riconosciuto tal quale nell'ambito dei procedimenti amministrativi "punitivi" dalla Cgue, Grande Sezione, sent. 2.2.2021, D. B. c. Consob. Siccome nomina sunt consequentia rerum, è lecito attendersi una pronuncia in linea con l'apotropaico precedente di un anno e mezzo fa, che cancelli dall'ordine delle cose l'aggettivo ostativo, un ossimoro dell'umano.
Del resto, nella recente pubblicazione con il professor Ceretti (Un'altra storia inizia qui), ritenuta pericolosa - e dunque vietata per la lettura di un ergastolano, l'attuale ministra Cartabia, citando Padre Turoldo, ha ricordato l'ammonimento nessuno uccida la speranza, neppure del più feroce assassino, perché ogni uomo è una infinita possibilità. Con Ricoeur, ognuno vale molto più delle sue (peggiori) azioni. La Speranza, dunque.
Quella di cui parla la Corte Edu (Vinter c. Regno Unito), quella che "ci consente di aprirci al futuro, liberandoci dalla ostinata prigionia del passato e del presente", con le parole di un grande psichiatra, Eugenio Borgna. Che senso avrebbe consentire a un ergastolano (ostativo - e speriamo di non dover usare mai più questa bestemmia) di andare in permesso, e impedire il compimento del suo diritto all'effettivo reinserimento sociale, verificato per facta concludentia, diversi dalla collaborazione?
Se la liberazione condizionale è legata al sicuro ravvedimento del condannato, se essa partecipa della stessa finalità delle misure alternative, come ricordato dalla Corte nella storica sentenza n. 32/ 2020 (§ 4.3 Considerato in diritto), nessuno potrà più dire "parla, e (forse) ti sarà dato".
Ed ancora, se l'accredito di fiducia che merita chi si accosti a questo istituto, al termine di un percorso di progressione trattamentale lunghissimo, è sicuramente maggiore rispetto a chi sperimenti i primi momenti di libertà, come coloro che fruiscono dei permessi, è lecito attendersi una sentenza che apra alla vita vera, dopo una verifica dei presupposti appoggiata sull'Uomo nuovo, e non su informative stereotipate.
Ferrara, Università degli Studi, 27.9.2019; davanti alla migliore dottrina si tenne un convegno dedicato al tema, alla vigilia dell'udienza di ottobre. Quel giorno ero lì, come poi in aula il mese dopo, e ricevetti il sostegno unanime dei relatori ("davanti alla Corte non sarà solo, ci saremo tutti", le toccanti parole del professor Palazzo, che ancora mi scaldano il cuore).
Martedì prossimo torna il divieto per il pubblico di partecipare in presenza alle udienze della Corte, a causa del perdurare della pandemia. Allora lo faccio da qui; tendo idealmente la mano alla collega che in aula darà voce ai Diritti e alla speranza, per mettere finalmente in sicurezza un risultato atteso da troppo tempo; "subito si cuce questo niente da dire ad una voce che batte... siamo questo traslare, cambiare posto e nome. Siamo" (Mariangela Gualtieri).
*Avvocato











