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tg24.sky.it, 8 marzo 2023

Si svolge l’udienza della Prima sezione penale in cui si affronta il caso di Salvatore Pezzino, da 30 anni in carcere senza mai uscire perché non ha collaborato con la giustizia. Due giorni fa, intanto, la Procura della Cassazione ha fatto sapere il proprio parere, ribadendo che non è necessario inviare alla Consulta le norme che, lo scorso novembre, hanno modificato lo strumento dell’ergastolo ostativo.

La Cassazione si esprime sull’ergastolo ostativo. Oggi si svolge l’udienza della Prima sezione penale in cui si affronta il caso di Salvatore Pezzino, da 30 anni in carcere senza mai uscire perché non ha collaborato con la giustizia. Due giorni fa, intanto, la Procura della Cassazione ha fatto sapere il proprio parere. Secondo i Pg Pietro Gaeta e Giuseppe Riccardi, nella loro requisitoria scritta in vista dell’udienza, non è necessario inviare alla Consulta le norme che, lo scorso novembre, hanno modificato l’ergastolo ostativo togliendo i ‘paletti’ - questo almeno l’obiettivo della riforma dopo le sollecitazioni della Consulta e della Ue - alla liberazione condizionale per chi non ha collaborato con la giustizia.

Cosa chiede la difesa di Pezzino - Insiste, invece, per l’invio degli atti alla Consulta, l’avvocatessa Giovanna Araniti che difende Pezzino e che ritiene che la riforma varata dal governo sia “fumosa” e solo di “facciata”. Secondo la Procura del Palazzaccio, invece, la riforma ha eliminato le preclusioni precedenti e ora il Tribunale di Sorveglianza de L’Aquila può esaminare la richiesta di Pezzino - da tre anni trasferito nel carcere sardo di Tempio Pausania - che era stata respinta ‘a occhi chiusi’ sulla base del solo fatto della non collaborazione. “In altri termini, il Tribunale di Sorveglianza, in seguito al novum normativo, introdotto recependo le indicazioni della pronuncia ‘ad incostituzionalità differita’ della Corte Costituzionale, ha l’obbligo di confrontarsi - sottolinea la requisitoria - con la diversa regola di giudizio, che amplia la base cognitiva e valutativa per la concessione della liberazione condizionale, elidendo la preclusione assoluta della collaborazione mancata o impossibile: in tal senso, dovrà essere dunque valutato in concreto il percorso rieducativo del Pezzino, e l’assenza di collegamenti, attuali o potenziali, con la criminalità organizzata e con il contesto mafioso”.

Le posizioni delle parti - Secondo Araniti, però, la requisitoria non affronta “gli inevitabili interrogativi che ogni nuova disciplina pone, soprattutto nel caso di specie: la novella risponde effettivamente alle esigenze di bilanciamento tra i diversi valori costituzionali?” “Occorre, infatti, valutare - sostiene Araniti - se l’introduzione di una serie di disposizioni (non solo stringenti, ma inserenti nuovi limiti ed un nuovo regime probatorio, di difficile attuazione per chi è detenuto da trent’anni, alcune fumose, in violazione anche del principio di tipicità che deve connotare ogni norma) peggiorative (il tema del peggioramento, al netto dell’innalzamento dei limiti di pena per l’accesso alla condizionale, neppure viene considerato), maschera, in concreto, attraverso una mera facciata declamatoria ‘de iure’ del superamento della presunzione assoluta, il reale intento di determinare una serie di condizioni tali da rendere davvero difficoltosa quella riducibilità dell’ergastolo ostativo, facendo rientrare, de facto, dalla finestra ciò che apparentemente era stato espunto”, ossia il requisito della collaborazione.

Il caso di Pezzino - Salvatore Pezzino è detenuto all’ergastolo ostativo in carcere dal 1982, quando aveva 22 anni. Venne condannato a 30 anni per un omicidio, organizzato con altri familiari dopo che avevano subito un attentato, commesso nel 1984 durante un permesso premio, e a 5 anni e 4 mesi per associazione mafiosa, reato del tutto espiato. Negli anni il Tribunale di sorveglianza de L’Aquila gli ha negato la liberazione condizionale perché non ha mai collaborato.

Il ruolo della Corte Costituzionale - Lo scorso 8 novembre la Consulta ha rimesso la questione chiedendo alla Cassazione di valutare se le nuove norme, contenute nel dl rave varato a fine ottobre continuano a destare dubbi di costituzionalità. A febbraio, per la seconda volta in pochi mesi, la Corte costituzionale ha “salvato” il carcere ostativo, rinviando gli atti ai giudici, che avevano sollevato dubbi sulla costituzionalità delle norme che limitano l’accesso ai benefici penitenziari ai responsabili di gravi reati, non solo di mafia e terrorismo. La ragione è la nuova legge alla luce della quale i magistrati dovranno valutare se le loro riserve sulla normativa hanno ancora ragion d’essere o siano state superate dalla disciplina entrata in vigore a ottobre dello scorso anno.