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di Elisabetta Zamparutti


Left, 1 novembre 2019

 

È stato scalfito ciò che sembrava intoccabile in nome di una malintesa antimafia. La decisione della Corte costituzionale che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4bis, comma 1, facendo cadere il divieto assoluto per gli "ergastolani ostativi" di accedere a permessi premio, apre una breccia nel muro di cinta del fine pena mai e recepisce, almeno per i permessi premio, quanto già stabilito dalla Corte europea per i diritti dell'uomo nella sentenza Viola vs Italia che aveva fatto cadere la presunzione di pericolosità assoluta nei confronti dei detenuti di cui sopra.

Voglio dire che con questa decisione ha vinto la speranza contro la paura, ha vinto lo Stato di diritto contro la ragion di Stato che per troppi anni, in nome dell'emergenza antimafia ed antiterrorismo, ha stravolto i principi costituzionali. Ha vinto Spes contra spem, motto di una vita di Marco Pannella, che ci ha animato in questi anni, e hanno vinto i detenuti di Opera protagonisti del docu-film di Ambrogio Crespi "Spes contra Spem - Liberi dentro" che contro ogni speranza sono stati speranza, determinando con il loro cambiamento anche l'orientamento della Consulta. Si invera oggi quel pensiero che fu di Leonardo Sciascia per il quale la mafia non la si combatte con la terribilità della pena ma con lo Stato di diritto.

La nostra Corte costituzionale ha infatti affermato il diritto alla speranza, come riconosciuto nello spazio del Consiglio d'Europa ed ha infranto il totem della collaborazione con la giustizia come unico criterio di valutazione del ravvedimento.

Ora la Corte deve affermare lo stesso per gli altri benefici penitenziari secondo quella progressività del trattamento penitenziario che vuole che dopo i permessi premio, il detenuto possa aspirare ad altri benefici, come le misure alternative, per arrivare alla liberazione condizionale.

Con Nessuno tocchi Caino continueremo in questa battaglia di civiltà, consapevoli di aver fatto bene a perseguire, già quattro anni fa, la via dei ricorsi alle Alte giurisdizioni per scalfire quello che sembrava intoccabile in nome di una malintesa antimafia che poco ha a che fare con i principi costituzionali, cioè la collaborazione con la giustizia come unico criterio di valutazione del ravvedimento, della rottura con logiche criminali del passato e del cambiamento dei detenuti per i reati dell'art 4bis.

Il ricatto insito nell'ostatività per me attiene alla tortura. E considero medioevale un sistema investigativo prevalentemente incentrato su questo tipo di "prova", quello della parola estorta con il ricatto del "finché non parli non esci".

Altro è premiare chi decide liberamente di collaborare. La nostra Consulta ha tratto coraggio dalla sentenza Cedu Viola vs Italia a conferma di quel dialogo tra le corti nazionali e sovranazionali che le rafforza reciprocamente nell'affermazione dello Stato di diritto, a partire dal divieto di tortura e di ogni trattamento inumano e degradante.

Continueremo a monitorare l'attuazione della sentenza Viola e a tal fine, con l'avvocato Andrea Saccucci, abbiamo comunicato al comitato dei ministri del Consiglio d'Europa di tenere conto del monitoraggio che Nessuno tocchi Caino condurrà sull'esecuzione della sentenza Cedu. Inoltre, abbiamo incardinato la prima azione collettiva di 252 ergastolani ostativi al Comitato diritti umani dell'Onu e abbiamo sollevato il problema anche nel processo di revisione periodica universale (Upr) dell'Onu nei confronti dell'Italia che sarà discusso a novembre a Ginevra. E basta anche con i falsi allarmismi! Perché d'ora in poi, i magistrati potranno valutare anche il ravvedimento interiore che è poi quello più autentico e garante della sicurezza rispetto a quello esclusivamente utilitaristico della collaborazione.