a cura di Ornella Favero e della redazione di Ristretti Orizzonti
L’Eccezione, 31 ottobre 2026
L’ergastolo ostativo non neutralizza solo il detenuto, ma condanna anche i suoi famigliari a vivere la tortura della consapevolezza che quel padre, marito o figlio, è da considerare morto, anche se ancora in vita. Quando si parla di ergastolo ostativo, il dibattito si concentra spesso sulla gravità dei reati, sulla pericolosità dei condannati e sulla necessità di impedire che continuino a mantenere rapporti con le organizzazioni criminali. Molto meno spazio viene dedicato a quello che succede alle persone che li aspettano fuori dal carcere. Abbiamo ascoltato le testimonianze di tanti ergastolani ostativi, cercando di capire come una condanna senza una prospettiva concreta di uscita possa modificare i rapporti con i propri cari.
Ascoltandoli, abbiamo percepito una sofferenza comune, ovvero l’impossibilità persino di sognare il ritorno a casa, e la consapevolezza di essere stati definitivamente estromessi dalla vita della propria famiglia. Una lettera che non può dire “ti amo” Per comprendere la vita di un detenuto che è stato sottoposto al 41-bis bisogna partire da gesti che, fuori dal carcere, sembrano del tutto ordinari: scrivere una lettera, telefonare a casa, raccontare alla propria compagna una giornata difficile, chiedere notizie dei figli.
Diverse persone ci hanno raccontato che, all’inizio della loro permanenza al 41-bis, molte delle lettere inviate alla moglie e alla madre venivano censurate. Anche una cartolina di auguri prestampata, sulla quale uno di loro aveva aggiunto poche parole affettuose, era stata bloccata. Col tempo avevano imparato a scrivere soltanto poche frasi, sempre uguali: come stai, io sto bene, ci sentiamo alla prossima. Un detenuto ci aveva spiegato che aveva smesso di scrivere alla moglie perché persino ripetere due volte “ti amo” poteva suscitare sospetti di un messaggio nascosto.
Ma come si fa a mantenere un rapporto intimo quando la comunicazione viene continuamente condizionata dalla consapevolezza di essere controllati? A poco a poco, la lettera non è più uno spazio in cui raccontarsi, ma un messaggio ridotto all’essenziale, costruito per evitare problemi. Alla fine, dopo ripetute esperienze di censura e di ritardi, la maggior parte aveva rinunciato del tutto a scrivere.
Un vetro tra un padre e i suoi figli
Se le lettere possono essere impoverite fino a diventare formule impersonali, per chi è sottoposto al 41-bis, l’incontro con i famigliari si svolge attraverso un vetro divisorio, con comunicazioni sorvegliate e tempi limitati. Un detenuto ci ha raccontato che da un giorno all’altro, si era ritrovato a fare il colloquio davanti a un vetro ed era stato uno shock specialmente per la sua famiglia. Nelle situazioni previste dalla disciplina del regime, può essere consentito un breve contatto fisico con i figli più piccoli, ma organizzare quell’incontro può comportare procedure complesse.
Un detenuto descriveva il disagio del figlio, che cercava la madre proprio nel momento in cui un agente lo portava via per accompagnarlo dal padre dall’altra parte del vetro. Per il padre, quel breve incontro dovrebbe rappresentare un momento di vicinanza, mentre diventa un’esperienza di frustrazione e di disagio. Infatti, molti detenuti avevano rinunciato ai colloqui. Uno di loro ci raccontò di aver trascorso un anno senza vedere i figli, scegliendo di non farli venire in carcere perché ogni incontro era diventato un dramma.
Il tempo che passa fuori
La separazione diventa ancora più profonda quando si misura attraverso il tempo. Un detenuto riceve fotografie, ascolta racconti, apprende notizie di eventi importanti ma la sua presenza nella vita familiare è solo immaginaria. Anche le fotografie possono diventare una testimonianza dolorosa. Gli ergastolani le conservano per seguire la vita dei propri cari, ma quelle immagini ricordano continuamente ciò a cui non hanno potuto partecipare: un battesimo, una comunione, un diploma, un matrimonio. Sono momenti che per gli altri famigliari costituiscono ricordi condivisi, mentre per il detenuto quando vede la fotografia di un nipote che non potrà mai prendere in braccio, il sentimento è quello di essere già morto.
Padri assenti, figli che crescono
Molti ergastolani parlavano dei figli con orgoglio. Raccontavano che avevano terminato gli studi, trovato un lavoro, costruito una famiglia e condotto una vita lontana dai problemi con la giustizia. In quelle parole c’era spesso anche il tentativo di distinguere il proprio percorso da quello dei figli. Un detenuto che aveva passato quattordici anni al 41 bis, ci disse che suo figlio si dedicava ai bambini, li accompagnava a scuola e stava sempre con loro. Secondo lui, cercava di dare ai propri figli quello che era mancato a lui. Era una considerazione semplice, ma rivelatrice di come l’assenza del padre aveva segnato la sua infanzia.
Altri detenuti avevano incoraggiato mogli e figlie ad allontanarsi dal paese d’origine, per sottrarle a un ambiente nel quale il cognome e la storia famigliare potevano diventare un peso. Volevano che si costruissero una vita autonoma, senza essere riconosciute soltanto come le figlie o le nipoti di un condannato. Sono racconti che testimoniano come la famiglia di una persona condannata per reati cosiddetti di “criminalità organizzata” molto spesso non è legata alle sue scelte e alle sue responsabilità.
I figli hanno traiettorie proprie e percorsi completamente diversi. Naturalmente, non tutte le relazioni famigliari resistono, alcune si interrompono, altri sopravvivono con grande fatica. Ma proprio questa varietà dovrebbe impedirci di considerare la famiglia come una semplice estensione della persona condannata.
Una pena che non finisce al cancello del carcere
Le persone con le quali abbiamo parlato non nascondevano le proprie responsabilità. Molte riconoscevano gli errori commessi e raccontavano con amarezza le conseguenze delle proprie azioni. Ciò che chiedevano, però, era di scontare una condanna che non cancellasse definitivamente il ruolo di padre, di marito, di figlio, di nonno, ma di avere almeno la possibilità di sognare per potersi immaginare un giorno uscire in permesso premio e abbracciare i nipoti. Una condanna può privare della libertà chi ha commesso un reato grave, ma non dovrebbe punire anche le persone care e trasformare la sofferenza dei famigliari in una conseguenza da considerare inevitabile. Ma è chiaro come una condanna all’ergastolo, quando ostativa, non neutralizza solo il condannato, ma condanna anche i suoi famigliari a vivere la tortura della consapevolezza che quel padre, marito o figlio, è da considerare morto, anche se ancora in vita.









