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di Barbara Rosina

huffingtonpost.it, 15 maggio 2024

È colpevole, dice la sentenza di primo grado, che non commento. Ma nessuno, dico nessuno, in questa vicenda, può dirsi assolto per la morte della piccola Diana. Ora che la sentenza di primo grado è pronunciata, ora che i titoli raccontano dell’indifferenza della madre, del pianto della zia, della soddisfazione della nonna perché sua figlia, non avendo chiesto scusa, ha avuto quello che meritava, l’ergastolo, giustizia è fatta?

Diana è morta a 18 mesi di stenti, dopo più di 500 giorni da non augurare a nessun bambino venuto al mondo. Alessia, la donna che l’ha partorita nel bagno di casa, è dietro le sbarre consapevole o no di quello che ha fatto dal momento stesso in cui è rimasta incinta, dice, senza saperlo, a quando ha deciso di tenere per sé quella figlia. Lei, Alessia Pifferi, è colpevole, così dice la sentenza che non commentiamo. Ma nessuno, dico nessuno, è assolto. In quanti non hanno visto o hanno finto di non vedere che la situazione poteva essere preoccupante e che Alessia poteva avere bisogno di aiuto? Chi le stava più vicino, chi si è fatto i fatti suoi, chi l’ha incontrata, chi le ha regalato un peluche per Diana, chi festeggia per l’ergastolo.

Le cronache mediatiche ripercorrono la storia della colpevole attraverso le parole del suo avvocato difensore che la voleva assolta o al massimo condannata per “abbandono di minore”: “una ragazza che è cresciuta in assoluto isolamento morale e culturale che da piccola ha subito abusi, è stata vittima di violenza assistita, non è andata a scuola, ha un deficit cognitivo, è vissuta senza avere un lavoro, era in condizioni di estrema indigenza”.

Nessuno se n’è accorto? Nessuno ha pensato fosse il caso di insistere perché, chi? Servizi sociali, forze dell’ordine, strutture di sostegno alle donne, istituti religiosi, strutture sanitarie… Chiunque potesse puntare lo sguardo e intervenire su una situazione di degrado e solitudine che ha avuto la sua fine soltanto quando Diana, il 20 luglio del 2022 fu trovata morta nella casa dove era stata lasciata sei giorni prima, sola, con un biberon di latte. Di Diana e Alessia abbiamo parlato qualche giorno dopo il ritrovamento della bambina, mentre i media, i social, si scatenavano nel mostrare quella donna in abito rosso e sorridente, quella donna che aveva lasciato morire la figlia.

Allora, come oggi, penso che siamo tutti responsabili di quella morte. Chi indica il capro espiatorio, cercando di allontanare da sé ogni responsabilità, se la prenderà con noi assistenti sociali, con gli psicologi, con l’insegnante di sostegno, con i medici, con il Comune. Noi non lo facciamo. Entriamo nelle vite degli altri o su richiesta diretta di chi ritiene di avere una difficoltà o un problema, o su segnalazione delle tante “sentinelle” che sono sul territorio: la scuola, il pediatra di libera scelta, i consultori, il personale dei centri vaccinali, le forze dell’ordine, la famiglia, gli amici, i vicini di casa.

Per quanto ne sappiamo, noi la soglia di quella casa non l’abbiamo varcata. Non abbiamo sentito? Abbiamo sottovalutato? Non ci hanno mandati? Non difendo la categoria a prescindere e non lo faccio neanche stavolta. Ma a chi può permettersi di accusare davanti alle telecamere o nei talk show - noi non possiamo farlo, noi non possiamo parlare delle singole vicende, ce lo impedisce il nostro codice deontologico, ce lo impedisce il rispetto della privacy - sono io a fare la domanda: e lei dov’era? Dal sorriso smagliante, dall’abito rosso alle immagini di ieri. Mentre arriva la sentenza di ergastolo, le riprese si fermano sul volto privo di espressione, inebetito di Alessia che va a San Vittore mentre il suo avvocato annuncia ricorso. C’è una colpevole, ma “per quanto voi vi crediate assolti”, siamo lo stesso coinvolti!