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di Fabio Carminati

Avvenire, 19 aprile 2026

Il vignettista etiope, inviso al regime del dittatore Isaias, è stato liberato il mese scorso: non ha mai potuto vedere i familiari, come altri diecimila detenuti politici. Quindici anni, tra quattro mura e una finestra, senza sapere perché l’avevano rinchiuso lì. Per 5. 478 giorni, Biníam ha solo visto la tazza di ferro smaltato, infilata in una feritoia della porta al mattino e ritirata la sera. Per 131. 490 ore si è sforzato di passare in rassegna, per non dimenticare, i tratti del viso della donna che amava, dei genitori, degli amici e di chi conosceva prima di finire in quel buco della storia. Alla fine, però, anche i ricordi erano diventati indistinguibili, confusi in un volto sopra l’altro, come i 473 milioni di secondi trascorsi rinchiuso in un “carcere criminale” nel cuore del quartiere vecchio di Asmara, la capitale dell’Eritrea. 

Biníam vi è stato sepolto vivo nel settembre del 2011 quando l’hanno portato via di casa all’alba. Da allora ha dovuto cercare di sopravvivere per giorni, mesi, anni, senza foglio né matita, lui che nell’altra vita, quella precedente alla prigione, era stato un vignettista satirico. Forse il più celebre tra la sua gente, sicuramente il più noto all’estero. Una spina nel fianco prima del regime etiope di Menghistu e poi, dopo l’indipendenza da Addis Abeba nel 1993, del padre e padrone Isaias Afewerki. L’uomo solo al comando che governa da trentatré anni senza avere mai tenuto elezioni generali né adottato una Costituzione, depredando i beni della Chiesa e minacciando sacerdoti e suore. 

Biníam Solomon, ora ha passato i sessant’anni, e nei primi giorni dello scorso marzo ha lasciato il carcere. Innocente, come era entrato. Non è mai stato processato e ancor oggi il regime non gli ha mosso alcuna accusa. Lo ha solo nascosto al mondo e il mondo a lui. Le ragioni della detenzione non sono state chiarite. Il fatto certo è che nessun altro giornalista è rimasto in cella tanto a lungo. 

Conosciuto con lo pseudonimo di Cobra, Biníam si era fatto notare per le vignette critiche e argute su temi politici e sociali. Nonostante avesse perso un braccio da bambino, aveva intrapreso la carriera artistica, realizzando un numero considerevole di opere. Per arrotondare le entrate, aveva anche lavorato come insegnante di fisica in una scuola secondaria di Asmara. 

Le sue vignette erano state pubblicate su diversi giornali eritrei per quattro anni alla fine degli anni Novanta. Una finestra di libertà dopo l’indipendenza dall’Etiopia, durante la quale i media privati avevano prosperato prima di essere chiusi, nel settembre del 2001, dal governo di Isaias (entrato ufficialmente in carica due anni dopo) con l’accusa di “mettere in pericolo la sicurezza nazionale”. L’artista, prima di finire in prigione, aveva pubblicato anche tre libri che includevano raccolte dei suoi lavori: “Subtle is the Ruler”, “Conversation with Cobra Number One” e “Conversation with Cobra Number Two”. In tutte, il potere veniva messo puntualmente alla berlina. Lo stesso potere del Fronte di liberazione del popolo eritreo di Isaias e nel quale militava anche il vignettista. 

Una storia vecchia come il mondo quella dei critici nei confronti dei regimi, come quella delle bugie e dei gesti plateali per negare la persecuzione di chi critica. Perché nella “Corea del Nord del Corno d’Africa”, come alcuni analisti hanno definito l’Eritrea, l’accesso ai giornalisti stranieri è ancora oggi consentito solo se si attengono alle “direttive” del governo. 

Ma quello di Biníam è, purtroppo, solo uno di una lunga serie di casi simili. Migliaia di persone rimangono in carcere, in isolamento e senza processo, in un Paese da tempo sotto accusa per violazioni dei diritti umani: una stima, in difetto, dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu parla di almeno diecimila persone. 

Il rilascio di Biníam Solomon avviene nell’ambito di recenti notizie riguardanti una serie di liberazioni da parte del regime. Una mossa ad effetto - sostengono vari analisti - con cui Isaias cerca di ottenere il consenso dei Paesi della regione. 

Anche perché i venti di guerra all’Asmara non hanno mai smesso di soffiare e sempre in direzione del nemico a sud: il fronte del Tigrai, lo sbocco sul mare ad Assab per Addis Abeba, e il conflitto in Sudan combattuto su fronti opposti da Etiopia ed Eritrea, sono lì pronti a riaccendere il rogo del Corno d’Africa.