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di Liana Milella


La Repubblica, 1 agosto 2021

 

Il vice presidente del Csm: "I processi che non finiscono sono una forma di impunità. Perciò vorrei termini certi sul passaggio dei fascicoli. Occorrono magistrati e altro personale. Giusto sottolineare che nella Costituzione c'è scritto pena e non carcere".

 

A Repubblica la ministra Cartabia ha assicurato che "la nuova legge sul processo penale non produrrà zone di impunità". Per lei, David Ermini, vice presidente del Csm, è possibile?

"In linea di principio sono d'accordo. E condivido i principi contenuti nella riforma. Però, perché possa raggiungere gli obiettivi, garantendo la non impunità per tutti i reati e mettendo al sicuro tutti i processi in corso, non sarà sufficiente la sola legge, ma occorrerà tutta una serie di investimenti sulle persone e sulle strutture che impegneranno non solo questo governo, ma anche quelli a venire. È necessario che dall'astrattezza delle norme si passi a concreti investimenti e misure organizzative".

 

E non possono bastare i fondi del Recovery su cui puntano tutto Draghi e Cartabia?

"Possono bastare per il periodo contingente, ma è evidente che una riforma di questo genere ha bisogno di una condivisione nazionale per cui - indipendentemente dalle future maggioranze - tutti devono mantenere l'impegno di investire non solo i soldi del Recovery, ma destinare una parte significativa del Pil per la giustizia".

 

Giusto quello che per 50 anni non s'è mai fatto...

"Abbiamo imparato che le riforme a costo zero non servono a dare un miglior servizio ai cittadini. E dico subito che se le cose dovessero andare male non si potrà gettare la responsabilità sulla magistratura".

 

Ecco, lei tocca un punto chiave della riforma. A gestirla saranno i magistrati. Cartabia assicura di aver sentito giudizi positivi, a fronte delle toghe preoccupate anche delle possibili ritorsioni per un processo che dura di più perché un giudice lo ha deciso.

"La storia della magistratura italiana è piena di esempi di grandi magistrati che non hanno mai avuto paura delle ritorsioni. E questo avviene tuttora con tanti giudici in prima linea, che svolgono il loro lavoro quotidiano senza neppure che si conosca il loro nome".

 

Però con la riforma si passa da una prescrizione che stabilisce tempi certi per ogni reato, alla possibilità per il giudice di allungare il tempo di un processo...

"Infatti ritengo che nelle norme sia indispensabile indicare dei termini perentori di natura organizzativa. Come quello relativo al trasferimento del fascicolo dal giudice che ha emesso la sentenza a quello dell'impugnazione. Altrimenti il rischio è che il personale amministrativo, da anni gravemente sottodimensionato, e che svolge mansioni tra cui quella del trasporto dei fascicoli, diventi il protagonista del tempo del processo. Da avvocato conosco bene gli incredibili tempi che può impiegare un fascicolo per passare pure da un piano a un altro".

 

Per Cartabia "la prima forma di impunità sono i processi che non finiscono mai"...

"Condivido in pieno, e per questo servono tempi certi anche nei passaggi che non sono sotto i riflettori dei media, ma che possono incidere in modo determinante sui tempi del processo. La possibilità di ricorrere subito in Cassazione contro la decisione del giudice di prolungare i termini del processo rischia di portare un nuovo e pesante carico alla Suprema corte".

 

Ci sono alcune corti in regola e sei-sette con un arretrato disastroso...

"Innanzitutto occorrono più magistrati, perché dall'osservatorio del Csm posso dire che per una corte di Appello ingolfata di processi a volte non si riesce a garantire la copertura dei posti. Se ci fossero piante organiche più ampie e un numero maggiore di magistrati, la situazione potrebbe migliorare".

 

Per Cartabia è il Csm che non manda i magistrati richiesti...

"I bandi li pubblichiamo regolarmente, il Consiglio fa la sua parte nel coprire i posti negli uffici in maggiore difficoltà. Penso alla Procura generale di Bologna che è in sofferenza, di cui ci siamo fatti carico con l'ultimo bando e che sarà ancora al centro della nostra attenzione".

 

L'ufficio del processo, finanziato per tre anni, deve andare a regime?

"Assolutamente sì. È un'ottima innovazione ma deve diventare stabile. Tutti i governi dovranno seguire, sulla giustizia, il lavoro iniziato da Draghi e Cartabia".

 

Il suo Csm critica le priorità dell'azione penale decise dal Parlamento.

"In una Repubblica parlamentare le Camere sono sovrane. Esiste il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale che la riforma lascia intatto. Non c'è da scandalizzarsi sul principio in sé. Mi chiedo se, in un Paese così diversificato dal punto di vista criminale e giudiziario, si possa pensare di avere linee omogenee per tutti i territori. Il parere del Csm è critico su questo punto".

 

Come vede il passaggio dalla prescrizione all'improcedibilità?

"È una rivoluzione perché si passa da una norma che ha incidenza sostanziale sull'estinzione del reato a una che incide sui tempi del processo. Se lo scopo è quello di arrivare a una ragionevole durata del processo allora, se si metterà la macchina della giustizia veramente in grado di raggiungerlo, sarà una rivoluzione positiva".

 

Cartabia richiama questo principio...

"È scritto con chiarezza all'articolo 111 della Costituzione e dev'essere perseguito e rispettato".

 

Nella Carta "c'è scritto pena, e non carcere" dice la ministra. La riforma insiste sulle pene alternative. Torna il "diritto mite" della riforma Orlando sulle carceri?

"È stato un errore non approvarla. Il sistema "carcerocentrico" ci ha insegnato che le recidive aumentano quando la pena è scontata in carcere anziché con modalità alternative e che il principio costituzionale della rieducazione del condannato non sempre viene rispettato. Ci siamo presi condanne dall'Europa. Il sistema delle pene alternative è opportuno perché può contribuire al calo delle recidive".

 

Il suo Csm è ancora credibile dopo i casi Palamara e Storari?

"Senta, questo Csm ha la sola colpa di aver visto scoppiare una bomba la cui miccia era accesa da tempo. Sotto la vigilanza del presidente Mattarella continuerà a tenere la schiena dritta. Consegneremo ai nostri successori una magistratura più consapevole che ha affrontato senza remore e senza nascondersi i problemi sul tavolo. Nella consapevolezza che l'autonomia e l'indipendenza sono essenziali per la salvaguardia della libertà dei cittadini. Gli esempi drammatici di altri Stati europei ci insegnano che è così".

 

E il caso Storari-Davigo?

"C'è un'indagine in corso, in cui sono stato sentito come persona informata sui fatti, e va da sé che non posso parlare".

 

Il caso procura Roma è ancora aperto, e si sta per aprire quello di Milano. Come ne uscirete?

"Rispettando le circolari e le norme, ed esercitando nel miglior interesse dei cittadini e degli uffici, la discrezionalità che spetta al Consiglio. Tutto qui".