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di Giuseppe Salvaggiulo


La Stampa, 24 luglio 2021

 

Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura: "Non mi piacciono i toni catastrofisti". Dice David Ermini, vicepresidente del Csm, che "bisogna cogliere, in positivo, l'opportunità che emerge anche dalle parole del presidente del Consiglio e della ministra della Giustizia. Lavorare sulle soluzioni possibili, con spirito di leale collaborazione".

 

Che cosa pensa della bozza di parere del Csm con dure critiche alla riforma?

"Ho letto la bozza della commissione, ascolterò il dibattito in plenum. Senza entrare nel dettaglio degli argomenti, credo sia innegabile la diffusa preoccupazione, non solo dei membri togati, sulla sostenibilità del meccanismo dell'improcedibilità sulla base dei carichi di lavoro delle corti d'appello. Molte non reggerebbero l'urto, a parità di risorse e personale".

 

Condivide i timori per i processi di mafia?

"Gli appelli di magistrati come il procuratore nazionale antimafia meritano ascolto. La specificità dei processi di mafia va considerata. Allungare i termini processuali solo per gli omicidi non è risolutivo".

 

Si è parlato, da parte delle toghe, di sicurezza nazionale in pericolo, incentivo a delinquere, pericolo per la democrazia. Esagerazioni?

"Non mi piacciono i catastrofismi. E preferirei che non si dimenticasse mai il doveroso rispetto della volontà del Parlamento".

 

Sta mancando? Al Csm non è stato gradito che la ministra non abbia chiesto il parere sulla riforma.

"In realtà l'ha chiesto, in extremis. La ministra ha sempre manifestato attenzione e rispetto per il Csm. C'è un dato obiettivo: i nostri tempi spesso sono incompatibili con quelli della politica".

 

In che senso?

"Quando ero parlamentare, ricordo che arrivavano pareri del Csm su testi nel frattempo già approvati. Anche oggi: la commissione ha lavorato sul testo uscito dal Consiglio dei ministri. È possibile che sopraggiungeranno ulteriori modifiche al testo. Dunque sarebbe opportuno dedicarsi soprattutto alle questioni generali".

 

Lei pensa che il testo del governo sarà modificato?

"Non spetta a me dirlo. Ma credo che l'interpretazione più corretta, nonché istituzionalmente positiva, del discorso del presidente del Consiglio sia nel senso di auspicare modifiche condivise per consolidare il consenso sulla riforma, ponendo però un limite temporale di una settimana. Uno spazio, anche se stretto, c'è".

 

Quanto stretto?

"Intervenire in modo condiviso su un meccanismo innovativo come l'improcedibilità richiede una convergenza politica non semplice, ma che occorre ricercare".

 

Più insidiosi gli ostacoli tecnici o politici?

"A mio avviso politici. La riforma della giustizia è come un'Olimpiade, deve far cessare le guerre tra e nei partiti. Altrimenti non si può fare. Se i partiti non rinunciano alle bandierine in un clima di pacificazione, non basta un anno per trovare l'accordo. Altro che una settimana".

 

Soluzioni possibili?

"Spettano al Parlamento. Mi pare promettente il lavoro su una maggiore diluizione dei tempi di entrata in vigore dell'improcedibilità e su una più adeguata individuazione dei tempi in appello e Cassazione con corretto computo degli stessi, escludendo quelli di "attraversamento" tra uffici, che talvolta superano i sei mesi".

 

Così, però, i due anni possono crescere a dismisura. Tanto rumore per nulla.

"Capisco l'obiezione: così si vanifica la certezza dei tempi processuali. Ma occorre tenere conto dell'oggettività dei dati statistici cui disponiamo".

 

Manca nella magistratura la giusta attenzione al principio costituzionale di ragionevole durata del processo?

"La prescrizione è una patologia, un pregio della riforma è valorizzare la ragionevole durata come diritto di ogni cittadino, vittima o imputato che sia. Dovrebbe stare a cuore a tutti. Anche se fare presto non significa automaticamente fare bene. Occorre ricercare e individuare un adeguato bilanciamento tra questi massimi principi in gioco. Lavoro niente affatto semplice".

 

Sui meccanismi alternativi al processo tradizionale la riforma è prudente: troppo?

"La direzione è giusta, il passo non troppo lungo. Ma, anche per la mia esperienza precedente, so bene che in Italia tutto ciò che si traduce in un'alternativa alla detenzione o che comporta uno sconto di pena diventa difficile da far digerire a una parte dell'opinione pubblica. Su questi temi, i partiti sono in campagna elettorale permanente. E infatti si parla molto di norme processuali, poco di risorse, investimenti, assunzioni. Cose non meno importanti, per migliorare il servizio giustizia".

 

Il Csm che può fare?

"Faremo di tutto per adeguarci. Alcuni posti per corti d'appello in sofferenza sono già stati banditi. Mi auguro che non si ripeta quanto accaduto in un passato non lontano, con posti rimasti privi di copertura".

 

Tra un anno finisce il suo tormentato mandato al Csm: la magistratura sta meglio o peggio di quando è iniziato?

"In questi anni la magistratura ha toccato il fondo. Ma ha reagito. E non ha nascosto la polvere sotto il tappeto. Ha fatto autocritica. I problemi sono diventati opportunità, si è capita la distinzione tra consenso interno, malato, e fiducia dei cittadini, sana. La sezione disciplinare del Csm non ha mai lavorato come in questo periodo. Dipingere novemila magistrati come artefici e vittime di un sistema di intrallazzi e il Csm come una Suburra è non solo mistificatorio, ma anche pericoloso. A chi conviene una magistratura nell'angolo?".

 

Ha letto il libro di Renzi? Su di lei va giù duro.

"Preferirei non parlare di libri che si occupano di me, per lo più in modo distorto e offensivo. Me lo sono imposto per il rispetto dell'istituzione che rappresento, anche mordendomi la lingua".

 

A proposito delle famose cene romane, a cui anche lei partecipava?

"La storia è diversa, verrà il tempo di scriverla. In ogni caso, non riesco a capire come possa sfuggire la differenza tra l'elezione del vicepresidente del Csm, che necessita per volontà costituzionale di un accordo tra magistratura e politica, e la scelta di un procuratore della Repubblica, in una procedura amministrativa concorsuale per titoli".

 

Sfugge per caso o perché?

"Si ignora o si disconosce che la lealtà verso le istituzioni è incompatibile con ogni forma di asservimento".