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di Don Marco Pozza

La Stampa, 5 aprile 2026

Dopo vent’anni passati in una cella, oggi fa le pulizie: “Ogni sera, dopo aver finito, mi fermo a guardare il lavoro fatto e non sai quanto mi piace”. Il palazzo risplende di un luccichio irreale: persino il sole, specchiato, pare di una luminosità ignota. Nel parcheggio davanti, un ragazzo sta salendo sul furgoncino dell’impresa di pulizie: anche oggi si è guadagnato il suo pane con il sudore della fronte. Gira la chiave, s’accende il motore, abbassa il finestrino: un ultimo sguardo al palazzo prima di rientrare. Sorride: “Ogni sera, finito il lavoro, mi fermo a riguardare il lavoro fatto: non sai quanto mi piaccia fare le pulizie”. Le sue mani, mentre parla, lisciano la sua barba con la lentezza del vecchio alla finestra, a rimirare un paesaggio. Il paesaggio di quest’uomo, a riguardarlo, fa rabbrividire: oltre vent’anni trascorsi nel grigiore di una cella, portando a spasso i suoi errori come mutande sporche in mezzo alla gente pulita.

Quando parla, le mani sul volante, ha tanti ricordi pronti a sbucare improvvisamente come anatre nel tiro al bersaglio: “La chiamavamo “bella vita”: era solo malavita”. Pensava, l’uomo delle pulizie, di essere il più scaltro, invece “arriva sempre il momento in cui il ricercato fa una cazzata. Basta sapere aspettare”. È il punto forte delle Forze di Polizia: l’aspettare. Poi, quando calano l’asso, hanno la mira infallibile di un cecchino: “Per le malefatte, quella volta, ho trascinato in galera anche mio padre e mia madre, assieme a mio fratello”. Un’intera famiglia, all’improvviso, trasloca in un domicilio coatto: gli uomini in una cella, la donna in quella davanti alla loro. Sono trote nell’esca del pescatore: si guardano dalla rete delle grate.

La strada mormora a pochi metri dal bar dove siamo seduti: “È stato per spaccio, questione di droga. Adesso dico ch’era una merda quella droga, allora era una signora con tacco dodici - confessa con una sincerità ferita -. Le avevo venduto il cuore: pagava bene, mi sentivo forte, avevo la piazza (di spaccio) ai miei piedi”. Innamorarsene, era stata una rivalsa: “Vedere la miseria a casa, la fame, l’umiliazione d’indossare vestiti del mercato mi ha reso cattivo. Vendicare questa situazione era una esigenza”. Uno, i peccati, se li costruisce con le mani sue, infischiandosene dell’amore: “Mia madre le ha provate tutte per aiutarmi a ragionare: niente da fare”. La droga, da bella sirena è diventata l’esca mortale: violenta, urlante, istrionica, tentatrice.

Benvenuto nell’hotel senza stelle, il sole a quadri: “Quando ti mettono in cella, non ti resta più niente: solo un’interminabile serie di giorni per pensare” (dal film di Frank Darabont del 1994 Le ali della libertà). Per vent’anni, l’uomo che ho di fronte a me, ha continuato a rimuginare sulla sua storia, logora e bucata come il paio di jeans che la madre comprò al mercato delle pulci. Jeans che, indossati, gli fecero scattare una sete di riscatto: non era stoffa di boutique. Era vergogna.

In galera, senza nessuno, l’uomo dà di matto: “Ci si abitua un po’ a tutto là dentro. Non riuscivo nemmeno più a piangere e non riuscirci mi faceva ancora più male: ero diventato un’ombra, un fascicolo ambulante che passava di galera in galera”. Cos’altro aspettarsi dal ferro e dal cemento se non un passaporto di ferro e cemento? Nelle galere i più rispettati sono i più duri, anche se son cretini all’ennesima potenza. Poi, un giorno, prepara le valigie (“mi fanno le valigie” si è corretto, sorridendo): destinazione carcere di Padova, a migliaia di chilometri da casa, dalla sua terra. Prima di lui arrivano i faldoni: “Quando sono sceso dal blindato, sapevano già tutto di me: misfatti, cavolate, stupidità, mancata gloria”.

È lui, invece, a non sapere tutto del carcere: “Hai due occhi così belli che non puoi essere così cattivo com’è scritto”, si sente dire un giorno. Questa parola fu uno schiaffo inatteso, brilla come un mandarino maturo al solo ricordo di quella carezza: “È come se quella frase avesse risvegliato il bambino che ero dentro e che avevo scordato. Ebbi l’impressione di essere un diamante caduto dentro il fango: quella parola mi diede l’impressione che qualcuno accettava di mettere le mani nel fango per venirmi a prendere, ripulirmi, lucidarmi”. Non ha mai letto una riga di Victor Hugo, ma è un miserabile pure lui, al pari di quelli di Hugo. Ha la bellezza dei miserabili dello scrittore francese: “Se getti una perla nel fango, la perla si sporca ma non si scioglie” (V. Hugo). Nella cella si è accesa la luce.

Ritorna ad essere ricercato: “Bellissimo, in galera, essere ricercato: vuole dire che c’è ancora qualcuno che s’interessa di te quando neanche tu t’interessi di te”. Forse è a questo che serve il carcere: a far crollare tutto completamente, a perdere tutto. Potrai ricominciare a costruire una torre. “Ho iniziato ad andare a scuola, io che dalla scuola fuggivo dalle finestre. Ho imparato a lavorare, mi son iscritto alla scuola di teatro. Ho iniziato a raccontare la mia storia a voce alta: mi sono rimboccato le maniche, mi sono messo in gioco. Avevo così tanta fame di vita da aver fatto il salto di qualità proprio nel momento più tragico della vita”. Oggi, quando racconta dell’incontro più spettacolare avvenuto in carcere, non si riserva un millesimo di secondo per pensare: “Aver incontrato me stesso e avere visto quant’è bella la mia vita: è stato l’incontro più emozionante”. Mai, quest’uomo, avrebbe conosciuto cos’è la libertà se, prima, non l’avesse perduta per vent’anni. E, perdendola, non avesse vissuto in fuga da se stesso.

Entra a casa, mi fa cenno d’entrare a casa sua: un piccolissimo monolocale in affitto. Entra con la medesima delicatezza di un ballerino alla Scala di Milano: “Ho portato in agenzia la busta paga, ho spiegato loro la mia storia per essere corretto, ho mostrato loro la lettera del mio datore di lavoro come credito (“Un operaio come quest’uomo è da augurare a qualsiasi imprenditore” c’è scritto), eppure niente: mi hanno guardato con la faccia di chi non si fida di un uomo dal passato come il mio”. Non è facile distinguere l’uomo dal personaggio: non sarà facile distinguere l’uomo dal suo reato. Chi l’ha dura, però, la vince: “Altri hanno garantito al posto mio, mettendoci la cauzione. Non merito affatto questo amore, ma ne avevo bisogno per provare a risorgere”.

Mi riaccompagna in carcere, a prendere la macchina. Dedichiamo qualche sguardo alla struttura: il calcestruzzo è sempre freddo, ruvido, spietato. Ancora è luogo di paura, di confusione, di rabbia: tanfo di sudore, piscio, disinfettante. Qualcuno batte pentole sulle grate: l’occupazione principale rimane lo sbadiglio.

“Non al carcere ma alle persone incontrate dentro, devo un grazie immenso - dice -: grazie a loro sono diventato quell’uomo che non ero riuscito a diventare. Mi vergogno del male commesso, ma ringrazio Dio che, attraverso quel male, mi ha fatto conoscere il bene. Non immaginavo fosse così fantasioso”. Accade sempre così: che quando si fa fatica a fare qualcosa, bisogna insistere. È solo cercando una soluzione che s’incontra qualcosa di nuovo. Che ci si inventa una strada dove tutti dicono non ci sia più strada.

Pensava fosse finita la sua storia, quest’uomo: rimaneva un ultimissimo capitolo da scrivere. Restava un uomo da amare: ci sarà tempo più tardi per capire perché lo si è amato. I giganti, nella storia, non cercano di evitare le sconfitte: cercano di farle fruttare. In carcere le brutte notizie possono aspettare, ma quelle buone devi darle subito: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato” (Lc 24, 5-6). Il ragazzo delle pulizie non è più in carcere: è risuscitato. Resta il fatto che nessuno combatterà mai le battaglie al posto tuo.