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di Andrea Malaguti

La Stampa, 23 settembre 2025

“Il suddito ideale di un regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione non esiste più”. Hannah Arendt (“Le origini del totalitarismo” - Einaudi). Sappiamo ancora distinguere il Bene dal Male? È rimasto, dentro di noi, un briciolo di etica, e, persino, di umanità? Abbiamo la forza di vedere l’altro per quello che è o lo vediamo solo per come siamo noi? Domande gigantesche. Che fino ad un paio di anni fa, nonostante la violenza russa in Ucraina e mille tensioni planetarie, sarebbero state più adatte ad un seminario universitario. Ma che oggi, con l’incessante distruzione dei valori occidentali, dagli Stati Uniti a Gerusalemme, dovrebbero diventare un’ossessione.

Viviamo tempi sgradevoli. Pieni di ambiguità, ambivalenze ed emozioni miste. Un’epoca di regimi totalitari e ideologie mortifere, in cui dovremmo rimettere in scala le cose importanti, quelle in cui crediamo e che ci servono - appunto - per comportarci da esseri umani. Eppure, preferiamo accettare tutto, sovrapponendo realtà e finzione, racconti manipolatori e crudeltà manifeste. Scelte che un tempo avrebbero provocato scandalo, oggi si susseguono senza posa, dandoci l’idea dell’inesorabile.

Siamo ancora capaci di indignarci o ci stiamo trasformando nell’incubo evocato da Hannah Arendt? “Il suddito ideale di un regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più”. Una vita senza consapevolezza è una vita da bruti. È questo che siamo diventati?

Provo a rispondere partendo da due circostanze. La prima. Una dichiarazione bestiale di Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze del governo Netanyahu. La spezzo in due parti: “La Striscia di Gaza è una miniera d’oro immobiliare”, dice Smotrich. E fin qui, per quanto disgustoso, siamo di fronte a un ragionamento largamente condiviso da esponenti di spicco dell’amministrazione americana. Poi, però, il leader con la kippah del minuscolo Partito Sionista Religioso, aggiunge una riflessione compiaciuta che fa a pezzi l’ultimo confine della civiltà. “Se serve un boia per Gaza, bambini compresi, mi candido al ruolo”. Non credevo che nel terzo millennio ci fosse spazio per una dichiarazione così arrogante, stupida e violenta. Sbagliavo.

Seconda circostanza. L’orrore omicida di Smotrich, mi torna in mente venerdì, al festival organizzato a Torino da Paideia, fondazione che si occupa di disabilità e bambini. La parte sana del mondo. Quella che fa sperare, sempre più faticosamente, che comunque, nel pianeta, i buoni siano almeno uno in più dei cattivi. Se il disastro che ci circonda fosse un film, sarebbe certamente così. Drammaticamente non lo è. Gli organizzatori del festival, in ogni caso, mi invitano a dialogare con Vito Mancuso, editorialista de La Stampa, teologo e scrittore. Uno degli intellettuali più raffinati del Paese. Titolo dell’incontro: “Che cos’è per te l’essere umano?”. Risposta impossibile, che io sintetizzo malamente nella formula: “È umano chi - a differenza di Smotrich - vede l’altro ed è capace di empatia”. E che Mancuso, più profondamente, compendia con queste sette parole: “L’essere umano è la sua decisione”. I cani seguono il loro istinto, gli uomini no, sono guidati dalla morale. O, almeno, dovrebbero, perché è evidente che la crisi dell’umanità e quella della morale sono correlate. “Anche se il bene arranca, questo non ci impedisce di sperare e di restare umani”, aggiunge Mancuso. Che poi, di fronte alle mie obiezioni sulla fragilità della “speranza”, cita un saggio di Amos Oz che non avevo letto.

S’intitola: “Contro il fanatismo”. Ottanta pagine di sensibilità e intelligenza. Una bibbia laica da lasciare sui tavoli dei potenti marci della Terra e da leggere nelle scuole. Il punto centrale è l’elogio del compromesso. Scrive Oz: “So che questa parola gode di pessima reputazione nei circoli idealistici dell’Europa, in particolare tra i giovani, perché è considerata mancanza di integrità. Puzza. È disonesta. Nel mio vocabolario, invece, è sinonimo di vita. Il contrario del compromesso è fanatismo. O morte”.

L’essenza del fanatismo sta nel desiderio di costringere gli altri a cambiare. E noi siamo precipitati in tempo di fanatici. Smotrich e Trump, arnesi del potere incapaci di senso dell’umorismo, ma guidati da un sarcasmo borioso e letale, ne sono l’incarnazione più sorprendente. Supposti leader incapaci di farsi la più ovvia delle domande per chi vuole guidare una collettività e stare in relazione con il resto del pianeta: come mi sentirei se fossi lei, o lui? Come dev’essere stare nella sua pelle? Non se lo chiede più nessuno, forse perché Oz è scomparso e i suoi eredi si contano sulle dita di una mano. Ma è un errore grave. Il dibattito sulla libertà di parola di questi giorni lo dimostra.

Italia, Torino, Politecnico. Un professore israeliano a gettone viene interrotto durante una lezione da un gruppo di studenti filo-palestinesi che contestano il suo diritto di essere lì. Lui, rispondendo, sostiene che l’esercito di Israele è il più etico che ci sia al mondo. Affermazione enorme, in effetti, che spinge il rettore a sospenderlo. In Aula non è ammessa una dichiarazione del genere. Decisione giusta o sbagliata? Confesso che non ho una risposta in tasca. Ed è il motivo per cui sul giornale abbiamo dato vita ad un dibattito che coinvolge analisti di pareri opposti. Ma la questione rimane: fino a che punto possiamo esprimere le nostre idee, in quali contesti e in che modo? E chi è che ha il diritto di fermarci? Parlarne è l’unico modo per non restare incastrati nella rete della nostra ignavia.

Mantengo sospeso il giudizio sulla questione torinese, per attraversare l’Oceano dove credo sia più facile sostenere che la scelta di Trump di chiudere un famoso late-show perché ritenuto antigovernativo, non sia solo sbagliata, ma sia irricevibile e pericolosa. Le tv, i giornali, gli opinionisti che non la pensano come la Casa Bianca sono ormai destinati a cadere come birilli. L’aria che si respira a Washington, alla vigilia del funerale-evento di Charlie Kirk, è mefitica. Tanto da spingere il New York Times a scrivere, ieri, che negli Stati Uniti è nata una forma di “wokismo di destra”. La dittatura del politicamente corretto, soppiantata da quella del politicamente scorretto. Ma se la prima, per quanto molto opinabile, fa danni limitati, la seconda è l’anticamera della dittatura. Il dubbio che l’America sia alla vigilia di una guerra civile è sempre più spaventosamente diffuso. Il corpaccione del Paese più forte, armato e ricco del mondo ha ancora gli anticorpi per proteggersi da derive neroniane? La certezza è che si sta allontanando da noi. Indebolendo i confini della Nato con la Russia. Lasciandoci al nostro destino o, più banalmente, voltandoci le spalle. Chissà se anche in Italia ne siamo consapevoli.

Certamente, oggi, il potere del Presidente degli Stati Uniti sembra essere senza più freni morali. Una prova di forza spudorata. Esercitata da un ex uomo d’affari che misura gli esseri umani solo dalla loro ricchezza. Certo che sia stato Dio stesso, secondo la visione degli evangelici, a scegliere gli eletti sulla Terra. Loro la Gloria, loro il Potere. Nemmeno la “reaganomics” era arrivata a tanto. C’era sì l’idea della libertà sfrenata per chi accumula fortune, temperata però dalla teoria del “trickle down”, lo sgocciolamento destinato a portare briciole dorate anche sul tavolo degli indigenti. Oggi siamo di fronte ad una rottura netta. La ricchezza non ha più responsabilità. Se non quella di moltiplicare sé stessa - magari garantendo stipendi da mille miliardi a Elon Musk - travolgendo i deboli. Ci avevano insegnato che la qualità di una democrazia non si misura dalla sua forza, ma dalla sua capacità di proteggere i più fragili. Gli Stati Uniti hanno cambiato rotta. Quanto saremo in grado di resistere in Europa senza di loro e di fronte a Putin? Crediamo ancora nell’inclusione, nel welfare, nello sguardo sull’altro e dunque nell’essere umano? O siamo scivolati inesorabilmente in un tempo di guerra e di paura? I pilastri della civiltà vacillano, chi cerca il compromesso viene considerato peggio di un traditore, un idiota. Il diverso, citando le preoccupate parole di Sergio Mattarella al ricordo di Willy Monteiro, viene visto come un nemico da annientare. In fondo la grande politica internazionale e le piccole questioni attorno a noi passano, come dice Mancuso, attraverso le scelte di ognuno. In apparenza i vigliacchi sono più dei coraggiosi. Certamente sono più in vista. Nel mondo e a casa nostra. Ma nessun destino è inevitabile.