di Giuliano Foschini
La Repubblica, 2 luglio 2021
Il ministero parlò di "legalità ripristinata". Dopo Cartabia segnale di Draghi: ricevuto il Garante delle carceri. Ieri pomeriggio il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, è stato ricevuto dal presidente del consiglio, Mario Draghi. Poche ore prima la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, aveva usato parole precise: "Occorre attivarsi perché fatti così non si ripetano". Sulla storia del carcere di Santa Maria Capua Vetere il governo Draghi ha deciso di prendere una posizione senza ambiguità: "Quella della Costituzione" per citare ancora Cartabia.
Nessuno sconto, dunque. Una posizione figlia di quanto stava già da settimane emergendo negli uffici del ministero della Giustizia, in quelli del Dap, nelle stanze della Procura nazionale antimafia: quello che è accaduto a Santa Maria, così come la rivolta in 21 carceri italiane che hanno causato 13 vittime e più di 200 feriti sono state il punto più basso della storia recente delle nostre carceri. E non sono state il frutto di un caso. O di qualche mela marcia. Ma il risultato di una politica di sottovalutazione e improvvisazione. Una responsabilità che in qualche modo condividono l'allora ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e l'ex capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (il Dap), Francesco Basentini, che a maggio scorso, già travolto dalle polemiche, proprio Bonafede decise di sostituire.
Febbraio 2020 - Secondo alcuni la data giusta per far partire la storia è quella del febbraio del 2020 quando la pandemia bussa al mondo. E, per primo in Europa, al nostro Paese. Qualcuno al ministero della Giustizia fa presente l'emergenza carceri: sono sovraffollate sino alla vergogna. Il luogo peggiore per immaginare il contenimento del virus. Il ministro sente Basentini e insieme decidono di istituire una "unità di crisi". Compito: procurare e fornire il personale gel e mascherine. Assolutamente necessarie per carità, ma da sole non bastano. Qualcuno spiega, purtroppo inascoltato, che ci sono da affrontare anche altre urgenze. Con almeno tre informative il Nic, il Nucleo investigativo centrale, avvertono Dipartimento e ministero che la situazione è delicatissima. Le restrizioni dovute al Covid hanno bloccato i colloqui. E il Dipartimento non ha raccolto velocemente le richieste di detenuti, associazioni e anche di alcuni direttori di carcere che chiedono misure urgenti: prima tra tutte la possibilità di videochiamare casa.
Marzo 2020 - Tra l'8 e l'11 marzo cominciano le rivolte negli istituti. Il 21 marzo dal Dap viene inviata la famosa circolare che permette a molti esponenti di primo livello della criminalità organizzata di chiedere ai tribunali di sorveglianza la detenzione domiciliare. Una decisione - può ricostruire oggi - non concordata. La circolare viene firmata di domenica dalla dirigente di turno che si occupava di tutt'altro - direttrice del Cerimoniale - che viene richiamata in ufficio in tutta fretta. "L'ho fatto - ha spiegato - per dovere di ufficio".
Nessuno informa nessuno. Nemmeno la Direzione nazionale antimafia è a conoscenza del provvedimento: il procuratore Federico Cafiero de Raho salta sulla sedia quando, nei giorni successivi, cominciano arrivare pareri per le scarcerazioni di alcuni mafiosi. Con gli stessi modi viene trattato il caso di Santa Maria qualche giorno dopo. Dal carcere segnalano qualche intemperanza dei detenuti del reparto "Nilo". Non viene chiamato in causa il Gom, il Gruppo operativo mobile, il reparto scelto della Penitenziaria abituato a gestire vicende complesse. Ma arriva invece il Gis, il Gruppo di intervento speciale, una specie di celere. È la scelta della rappresaglia. La macelleria raccontata negli atti della Procura è quasi, secondo fonti del Dipartimento, scontata.
Ottobre 2020 - È il 16 ottobre, invece, quando, dopo un'interrogazione del deputato Riccardo Magi, il ministero della Giustizia, per voce del sottosegretario 5 Stelle, Vittorio Ferraresi, va in aula a dire: "Quella di Santa Maria è stata una doverosa operazione di ripristino della legalità". Com'è possibile che Bonafede e il suo ministero abbiano difeso quelle violenze? In realtà non sapevano. La vecchia gestione del Dipartimento aveva consegnato relazioni nelle quali si diceva che tutto era stato fatto nel rispetto della legge. E che nessun abuso era stato commesso. I nuovi vertici del Dap avevano chiesto informazioni alla procura sull'inchiesta in corso ma non erano state fornite informazioni per tutelare il segreto istruttorio. "E noi come ministero - dice oggi Ferraresi - non potevamo attivarci per un'indagine interna perché questo non è consentito in presenza di un'inchiesta della Procura". Come ha detto ieri il garante Palma, se davvero si vogliono cambiare le cose, bisognerà intervenire anche su questo.











