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di Daniela Piana

Il Dubbio, 29 agosto 2025

Si costruiscono muri per separare un “di qua” e un “di là”. Per dare materia a una differenza. Differenza di funzionare, di gestire, di governare, di rispondere a norme, regole, aspettative, prassi. Si costruiscono muri. La vita non ne ha, ma ne trova. La persona che ha trascorso un periodo di limitazione della libertà personale si troverà a un certo punto dall’altra parte e lì troverà le condizioni nelle quali costruire il suo vivere quotidiano. Condizioni largamente non studiate con metodi scientifici che comparino fra distretti, territori, realtà. Eppure, quelle condizioni quelle culture quelle aspettative quelle capacità faranno molta differenza. Ottenere un prestito? Aprire una azienda? Comprare casa? Avere un lavoro? Laurearsi? Cosa accade davvero quando si apre il varco dal di qua verso il di là?

Si costruiscono muri. La vita non ne ha, ma ne trova. Li incontra e si piega, si adatta, si trasforma. Di qua, di là, un noi sotteso, come se lo si pensasse linfa sotterranea di una normatività sociale, di un dover essere diffuso, di una cultura dei diritti e del diritto che permea una comunità politica e ancor più caratterizza una comunità politica legata ad un territorio. Si dibatte molto di carceri. Molto si dibatte di esecuzione penale e di messa alla prova.

Non si intende qui entrare nel merito del dibattito normativo né di quello mediatico. Certo, quando, in sistema politico, la giustizia penale diventa spazio polarizzato e polarizzante, accade qualcosa di grave. Perché se vi è un ambito di esercizio del potere in cui una democrazia avrebbe bisogno di una trasversale, condivisa, non conflittuale, solida visione, è proprio quello dell’esercizio dell’azione penale. Essa è la massima espressione di un potere che entra nello spazio delle libertà individuali. Per questo dall’habeas corpus in poi si dispiega nella storia delle istituzioni del costituzionalismo la tensione a bilanciare e contro- bilanciare tale esercizio di garanzie controlli responsabilità istituzionali.

La polarizzazione del discorso pubblico e politico sulla giustizia non è un fenomeno italiano. È un fenomeno che attraversa le democrazie, che ne indebolisce la capacità di creare fiducia fra cittadini e istituzioni. Perché la giustizia non è solo “una fra le tante funzioni” di una società democratica. La giustizia è la funzione che garantisce le regole e che assicura che ci si possa aspettare la qualità della “vita” delle regole stesse. È la vita delle regole che fa la differenza per le persone. Quindi la giustizia è funzione fondamentale per tutte le altre funzioni. Eppure, nel dibattito sulle carceri e sulla esecuzione penale, pur accesissimo, manca una conoscenza empirica, rigorosa, basata attentamente su dati ed evidenze, raccolti con metodi oggettivi che parli in chiaro dei fatti che riguardano il dopo. Una conoscenza che permetta di capire in modo condiviso e con un linguaggio comune - ne abbiamo tanto bisogno! - il fluire della vita dentro e fuori dagli istituti penitenziari e dalle istituzioni di messa alla prova. Dopo i muri, aperti i varchi, passati i periodi di pena, cosa accade? Rispondere a questa domanda in modo rigoroso ed oggettivo permette anche di capire quali capacità, competenze, speranze siamo in grado, con le politiche, le azioni, i fatti, di generare prima dei muri.

Un fluire della vita che assai poco riesce a trovare descrizione nelle categorie giuridiche. Sono evidenze sociali ed economiche quelle di cui abbiamo bisogno. Non sono difficili da raccogliere. Occorre solo dare loro un quadro strutturato e poi assicurare che siano analizzate e comprese in modo tale che chi prende le decisioni di policy possa avvalersene per fare politiche e strategie aventi la persona al centro, la persona e i suoi contesti di vita, di qua, di là, attraverso i muri.

Ad esempio, quanto accade nella comunità politica, culture della responsabilità, aspettative, pregiudizi e giudizi, non è irrilevante rispetto alla concreta, fattibile, sostenibile ed efficace apertura della porta del muro. La persona che ha trascorso un periodo di limitazione della libertà personale si troverà a un certo punto dall’altra parte e lì troverà le condizioni nelle quali costruire il suo vivere quotidiano. Condizioni largamente non studiate con metodi scientifici che comparino fra distretti, territori, realtà. Eppure, quelle condizioni quelle culture quelle aspettative quelle capacità faranno molta differenza. Ottenere un prestito? Aprire una azienda? Comprare casa? Avere un lavoro? Laurearsi? Cosa accade davvero quando si apre il varco dal di qua verso il di là?

Mentre il dibattito pubblico è ricco di interventi ed elaborazioni intellettuali sul tema delle carceri molto più limitata è la analisi scientifica svolta con categorie di carattere socio-giuridico sulle rappresentazioni sociali della esecuzione carceraria della pena e sulla significatività che questa ha nel co-determinare la effettività della crescita professionale, sociale, economica, della persona che ha esperito un periodo di limitazione della libertà personale per esecuzione penale.

Certo, si tratta di un approfondimento che urla pochissimo. Anzi. Non urla affatto. Si tratta di un momento di conoscenza che ha il tono pacato della scienza. Ma forse esso potrebbe davvero contribuire a mettere la questione delle carceri e della giustizia penale nei soli termini in cui dovrebbe essere messa. C’è una persona. C’è la sua vita. C’è una società. C’è uno Stato di diritto. Le seconde due cose sono trasversali ai muri. Cerchiamo di fare politiche che siano capaci di rendere giustizia alla prima e alla seconda.