di Ettore Grenci*
Avvenire, 31 gennaio 2026
“Spes non confundit”, la speranza non delude. È questo il messaggio centrale del Giubileo che si è da poco concluso, voluto da papa Francesco proprio nel segno della speranza. La speranza - al di là della sua accezione filosofica e religiosa - assume una dimensione giuridica come diritto fondamentale e assoluto dell’essere umano, non comprimibile quale sia la sua condizione o la sua “colpa”. Basti ricordare le parole con cui la Corte europea dei diritti dell’Uomo, nella sentenza del 2019 Viola C/ Italia, ha dichiarato la illegittimità della disciplina italiana del c.d. ergastolo ostativo: “La dignità umana, situata al centro del sistema creato dalla Convenzione, impedisce di privare una persona della sua libertà, senza operare al tempo stesso per il suo reinserimento e senza fornirgli una possibilità di riguadagnare un giorno questa libertà”.
In questa “possibilità”, che non ammette eccezioni, si concretizza tutto il significato del diritto alla speranza, parte essenziale e fondante la dignità dell’essere umano, soprattutto quando si trova privato della sua libertà. I primi suicidi del 2026 nelle carceri italiane ci riportano alla realtà delle nostre carceri dove la dignità e la speranza sono sopraffatte dalla sofferenza e dal disagio. Proviamo a immaginare se questa realtà la vedessimo nei nostri ospedali.
Cosa diremmo? Non sono poi così diversi le carceri e gli ospedali, dovrebbero essere entrambi luoghi di cura, di riabilitazione, di speranza. Ma non è così. Il carcere è un luogo in cui marcire. Chi sbaglia non merita né speranza né dignità. Troppo poco la cattività, serve anche la cattiveria. A tutto questo papa Francesco ha voluto rispondere con parole dissonanti, dal forte significato non solo simbolico in occasione del Giubileo. Si è rivolto alla “società civile” invitandoci a divenire noi stessi “segni tangibili di speranza”.
I “segni” che invece ha chiesto a chi ha il potere di incidere direttamente e concretamente per alleviare questa sofferenza sono chiari: “Forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società”. Il diritto alla speranza qui assume la sua più alta e tangibile valorizzazione e realizzazione: solo con un segnale di speranza si può ottenere speranza. Una speranza declinata non solo nella fiducia verso sé stessi, per rialzarsi dopo la caduta, ma anche verso la società, perché nell’attuale condizione di inumanità delle carceri è la società ad essere colpevole nei confronti della persona detenuta.
L’amnistia e l’indulto, nelle parole del Papa, non sono forme di semplice indulgenza, ma assumono l’alto significato dell’atto moralmente e giuridicamente dovuto: per ristabilire la legalità alla pena, ma soprattutto quel senso di umanità imposto dall’art. 27 della nostra Costituzione oggi del tutto smarrito. C’è una domanda che papa Francesco non mancava di porre ai detenuti nelle sue numerose visite nelle carceri, che quasi lo tormentava: “perché voi e non io?”.
Una domanda contro l’ipocrisia, perché le debolezze umane sono universali e nessuno può dirsi infallibile. Una domanda contro l’indifferenza, perché il carcere diventi un pensiero per tutti e di tutti. Una domanda che dovrebbe interpellare le nostre coscienze ogni volta che pensiamo a cosa si cela dietro quelle alte mura, ogni volta che sentiamo l’ennesima invocazione al carcere come luogo di supplizio, dove far morire ogni speranza. Ma la speranza non delude. L’ipocrisia ed il silenzio dell’indifferenza sì.
*Referente commissione diritti umani e carcere del Consiglio dell’ordine degli Avvocati di Bologna











