di Guido Viale
Il Manifesto, 23 ottobre 2026
“Esistiamo anche noi”. Questo è il messaggio secco, chiaro, a tutto tondo, radicalmente politico, lanciato dai protagonisti degli scontri e dei saccheggi dello scorso week-end nei centri di alcune città italiane. Molti, non tutti, minorenni e persino bambini. Molti, non tutti, immigrati di seconda o terza generazione, italiani accomunati dalla povertà. Quei ragazzi, per far sapere che esistono non hanno altri mezzi. D’altronde succede un po’ a tutte le categorie che protestano. Lo sanno bene operai e studenti in lotta. Ma non era per saccheggiare i negozi che sono scesi in piazza. A Milano, epicentro di questo “scandalo” nazionale, tutto è cominciato con l’indebito blocco di un corteo. A Torino hanno devastato una libreria senza portare via nemmeno un libro: non volevano rubare, volevano “spaccare”.
Sicuramente nessuno gli ha insegnato che a distruggere libri e librerie erano i nazisti, i razzisti di un secolo fa, antesignani dei razzisti di oggi: quelli che li vogliono morti affogati, o rinchiusi nei Cpr, o relegati nella miseria delle periferie, della disoccupazione, del disprezzo. Di certo quegli scontri sono stati per molti un’occasione irrinunciabile per fare quello che altri possono fare con il denaro che loro non hanno: entrare in un negozio e prendersi l’articolo desiderato. Che fare?, ci si chiede nell’establishment. Tutti, senza distinzione, ingiungono di rinnegare “la violenza”: quella dei manifestati che rompono le vetrine, non quella a cui loro assistono indifferenti ogni sera davanti al teleschermo e che si svolge a chilometri di distanza; quella che non distrugge vetrine, ma vite umane (a decine di migliaia), intere città, popoli, habitat, civiltà; e che non ruba scarpe ma territori e nazioni.
Ma mentre gli uni propendono per la mano forte: più repressione, più carcere, più leggi liberticide gli altri sono per la divisione: separare i manifestanti “pacifici” da quelli “violenti”: due segmenti dal confine indefinito, mobile e aleatorio; distinguere le giuste rivendicazioni dalle azioni criminali. Ma è una operazione impossibile perché tra quei due segmenti non c’è né ci può essere soluzione di continuità. Agitano, in termini generali, gli stessi temi: il carovita (la povertà), la casa (e molti di loro abitano case invivibili), ma soprattutto la guerra: non la vogliono, né qui né altrove, non vogliono farla, non vogliono essere arruolati, non vogliono che si la insegni, a scuola e ovunque.
Quello che spinge tanti studenti a occupare le scuole, a scendere in piazza, ad affrontare le aggressioni poliziesche, è la stessa cosa che anima i cosiddetti violenti: anche loro vogliono far sapere che esistono. Perché l’establishment non tiene alcun conto dei loro bisogni. Forse sanno meglio che cosa rivendicare: edifici non fatiscenti e attrezzati, più insegnanti e più aggiornati, programmi nuovi e discussi insieme, scuola aperta al territorio, al mondo esterno, alla loro musica, alla scoperta e non alla ripetizione, a un lavoro non precario che ti aspetti, alla possibilità di discutere, a scuola e non altrove, di guerre e pace, di clima e ambiente. Non tanto per costruirsi un diverso futuro (non si fanno illusioni) ma almeno un diverso presente. Tutte cose che la parte più estrema e arrabbiata della loro generazione non si sogna nemmeno di chiedere, perché dalla scuola è esclusa a priori anche quando la frequenta. Tutto ciò fa delle ultime generazioni un gruppo sociale in qualche modo omogeneo: dall’Italia alla Francia, dalla Spagna agli Stati uniti, alla Serbia, all’Albania, all’India, al Nepal, all’Indonesia, all’Argentina.
Fatto sta che il nucleo portante della rivolta e delle lotte sono le nuove generazioni: nelle università come nelle fabbriche, negli uffici, nei quartieri e nei paesi. Forse lo sono sempre state in tutte le rivolte della storia, ma oggi lo si vede di più perché i giovani sono costretti a non diventare mai adulti mentre un tempo erano costretti a diventarlo anche troppo presto.
Sessant’anni fa ad accomunarli nella lotta c’era la percezione di un futuro dominato dalla minaccia atomica, dalla guerra (in Vietnam), ma soprattutto dalla soggezione agli imperativi di un’economia del profitto. Oggi a tutto ciò si è aggiunta la certezza di un collasso climatico e ambientale (già chiaramente percepito da tutti nella calura della scorsa estate) che renderà infernali le loro vite. Quello che li unisce è il rifiuto della follia con cui il mondo degli adulti gioca con il futuro che non vedrà e di cui poco gli importa e che fa di tutto per far dimenticare; ma forse anche per dimenticarsi di figli, figlie e nipoti.









