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di Diego Motta

Avvenire, 13 aprile 2025

Essere forti coni deboli è diventata una delle prerogative di questo tempo. Mostrare i muscoli, fare esibizione di potenza, umiliare i vinti della storia rientra ormai perfettamente negli obblighi di chi deve prendere decisioni sulla vita altrui. Il povero, lo straniero, il detenuto, il minore, il disabile: decidete voi quale soggetto immaginare in una situazione di inferiorità e per quale ragione egli vi si trovi. Ciò che conta non pare essere più il suo recupero, il suo reinserimento o un eventuale percorso di rinascita: la politica di oggi vuole farne invece carne da macello per parlare agli elettori, da aizzare o blandire a seconda dell’argomento.

Può così trattarsi di mettersi in posa davanti a una prigione di massima sicurezza in Salvador, avendo sullo sfondo corpi tatuati di rei confessi, come ha fatto una ministra dell’amministrazione Trump, in chiave “tolleranza zero’: Può succedere di fare tappa in una periferia del mondo oppure in un insediamento abusivo di persone irregolari, magari avendo al seguito un nutrito gruppo di telecamere. Può essere, al contrario, la strategia del silenzio sugli invisibili: pensate a quanto accade nei campi dello sfruttamento in Italia oppure negli istituti penitenziari, dove il numero dei suicidi è impressionante eppure nessuno deve fiatare.

Non vanno fatte domande scomode perché servirebbero risposte all’altezza. E nessuno vuole impegnarsi su temi impopolari. Dunque, il tema non esiste. C’era una volta il “buonismo”, l’atteggiamento di chi soprattutto da posti di comando (ma non solo) mostrava buoni sentimenti verso tutti (a volte autentici, a volte meno) fino ad essere tacciato di ipocrisia, pur di apparire politicamente corretto. Alla presunta bontà si appiccicava l’adesivo della solidarietà pelosa e di convenienza e il gioco del travisamento era fatto. In realtà il “buonismo” era solo la premessa, necessaria per la sua nemesi. Oggi infatti va di moda il “cattivismo”, l’orgoglio non trattenuto di chi si sente investito di una missione: non perdonare più nulla a nessuno.

Il “cattivismo” si nutre di sensazioni ancestrali: la punizione del più vulnerabile, la dimostrazione di potere senza limiti, la comunicazione ad effetto studiata sul posto fino allo spettacolo del dolore, se serve. Vale a 360 gradi, questo discorso: pensate al rito di consegna degli ostaggi israeliani da parte di Hamas, con l’allestimento di palchi e la “chiamata” alle armi della folla o alla fila di migranti in catene da rimpatriare dagli Usa nei Paesi confinanti. Tutto diventa pretesto, tutto segue la logica spregiudicata del reality show permanente governato dai social. Il problema vero è che dietro alla propaganda “cattiva” si cela il deserto delle idee, nella migliore delle ipotesi, oppure la disumanità fine a se stessa.

L’ultimo caso, in Italia, riguarda i braccianti dei “ghetti” e la popolazione carceraria. Possibile che l’unica (e identica) soluzione trovata da ministeri e strutture commissariali competenti per rispondere al disagio abitativo di braccianti e detenuti sia la costruzione di moduli abitativi prefabbricati, i cosiddetti container, per dare un tetto in uno spazio angusto a queste persone?

Sono veri e propri “blocchi di detenzione’: trasportabili e trasferibili che paiono avere ben poco a che fare con il traguardo che ci si è posti sui due fronti, di ridurre cioè il sovraffollamento nelle celle da una parte e alleviare le condizioni di degrado in cui vivono gli sfruttati della terra dall’altra. Identico è lo spirito della risposta, che si potrebbe tradurre così: questo è il massimo a cui potete aspirare, perché in fondo siete numeri e non persone.

La dimostrazione di brutalità (e insieme di sciatteria, visto che si dimenticano così facendo decenni di studi sull’architettura carceraria, tanto per stare in tema) è uno degli aspetti più ricorrenti nell’epoca del “cattivismo”. Se proprio occorre fare qualcosa per chi è in difficoltà, si tenga conto che in ogni caso non ne vale la pena. Agli occhi dei nuovi potenti, la sorte degli ultimi è segnata per sempre.