di Chiara Daina
Corriere della Sera, 20 novembre 2025
In 10 anni tolti alla criminalità 200 ragazzi. Il programma coinvolge spesso le mamme. Ddl per consentire il cambio di generalità. L’idea di Roberto Di Bella. L’aiuto di Libera. Ci sono dei boss dell’ndrangheta che dal carcere gli scrivono lettere per ringraziarlo di aver tolto i loro figli dalla spirale della criminalità organizzata e avergli permesso di rifarsi una vita. Non se lo aspettava Roberto Di Bella quando nel 2012, da presidente del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria, mise in piedi il progetto “Liberi di scegliere” per dare un’alternativa esistenziale ai minori provenienti da famiglie mafiose e fu tacciato dai clan di “deportare i bambini”.
Ma dopo più di dieci anni la svolta culturale è incominciata, anche dietro le sbarre, e oggi si aspira a rendere obbligatorio in tutti gli uffici giudiziari del Paese il sistema di protezione di questi bambini e adolescenti, che prevede il loro allontanamento da casa se vengono indottrinati e coinvolti nel narcotraffico e altre attività illecite oppure se la loro vita è in pericolo.
A prevederlo è un disegno di legge bipartisan che verrà licenziato nelle prossime ore dalla Commissione parlamentare antimafia. Intanto, negli ultimi cinque anni il progetto dal distretto giudiziario reggino si è esteso anche a Catania, Palermo, Napoli, Milano e Catanzaro, grazie a protocolli d’intesa sottoscritti con diversi ministeri, tra cui quello della Giustizia, la Cei, Libera e altre associazioni.
“Liberi di scegliere”, attraverso la sinergia tra istituzione pubblica e privato sociale, aiuta i minori e le madri che vivono in contesti di stampo mafioso ad affrancarsi dalla mentalità criminale e a costruirsi un futuro diverso. L’équipe di assistenti sociali e volontari di Libera, con il supporto delle Caritas locali, aiuta i bambini a frequentare la scuola e seguire attività culturali e sportive. Mentre nei casi più gravi, procura un alloggio fuori dalla regione di origine, occupandosi dell’inserimento scolastico e lavorativo e fornendo sostegno psicologico, sociale ed economico finché c’è bisogno.
“Avevo visto troppi giovani finire agli arresti, o morire, per aver seguito le orme malavitose dei fratelli più grandi e dei padri - racconta Di Bella, che attualmente presiede il Tribunale dei minorenni di Catania -. Non esistono vite segnate per sempre: lo Stato, prima che il ragazzo commetta reati, può offrire una via di uscita verso la legalità, l’autodeterminazione e la felicità che ancora non conosce, perché cresciuto in un mondo chiuso e violento, fatto di logiche criminali e obbedienza totale al clan familiare”. Patrizia Surace, coordinatrice del progetto, fa un primo bilancio: “Ad oggi abbiamo preso in carico circa 200 minorenni, di cui la metà inseriti nel programma con le proprie madri, e 34 donne in tutto, alcune diventate collaboratrici o testimoni di giustizia”. Il magistrato sottolinea che “tre boss apicali hanno deciso di collaborare con le autorità giudiziarie dopo l’intervento a tutela dei figli e, nel caso di un nonno, dei nipoti”.
Ma in certi casi si corre il rischio di essere rintracciati. “Vivo col terrore che gli affiliati del mio ex, rinchiuso al 41 bis, trovino me e i miei figli. È già successo due volte e siamo dovuti scappare. Io ho fatto la mia parte, denunciando e abbandonando la mia terra, ora lo Stato mi deve garantire protezione”. A sfogarsi è la ex moglie di un camorrista, bloccata in un limbo: “Qui ci siamo inventati nomi di fantasia, solo i dirigenti scolastici e i medici conoscono la nostra identità. Faccio la volontaria perché non posso registrare un contratto di lavoro con le mie generalità”.
Cambiare nome - La senatrice Vincenza Rando, prima firmataria della proposta di legge che verrà depositata in Senato, spiega che “l’approvazione del testo di legge è importante perché consente a queste persone di cambiare nome e cognome, come per i collaboratori di giustizia, e introduce un fondo per formare operatori e assicurare la stabilità degli aiuti durante il percorso di autonomia”. La sfida più grande è l’educazione dei ragazzi. “Sono diffidenti e vedono l’intervento del Tribunale come una punizione. Per incoraggiarli a scoprire i loro talenti devono potersi fidare - riferisce la coordinatrice Surace. Il dialogo inizia quando gli offriamo occasioni concrete di crescita, come gli studi in psicologia, un corso professionale da cuoco, meccanico, estetista, la possibilità di giocare a calcio e fare teatro”.
La legalità nella società va coltivata, innanzitutto, con i semi della cultura. I film stessi fungono da strumenti educativi. Come quello ispirato al progetto antimafia di Di Bella, uscito nel 2019 e prodotto anche dalla Rai, dal titolo “Liberi di scegliere”. “Tanti ragazzi prendono il coraggio di cambiare vita dopo averlo guardato”, rivela il magistrato. “Antonino”, invece, è il titolo del cortometraggio di Angelo Campolo, che dirige l’associazione culturale Daf Project e a Messina organizza laboratori di teatro per giovani strappati alla mafia. Antonino è uno di questi. “Prima non potevo leggere, né parlare o decidere come vestirmi. La dignità che ti dà la libertà non è negoziabile” scandisce l’ex moglie del boss, ora libera di scegliere.










