di Maria Brucale*
Il Dubbio, 1 luglio 2026
La grande deportazione dei 128 detenuti al 41 bis celebrata come un’impresa. Nella mitologia greca, Argo Panoptes era un gigante con cento occhi. Quando dormiva, ne chiudeva solo due alla volta, mantenendo gli altri novantotto spalancati e vigili. Era il guardiano perfetto, spietato e instancabile. C’è una cinica, raggelante ironia nella scelta del nome che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha voluto dare alla operazione militare e logistica conclusasi tra il 27 e il 28 giugno, Argus, appunto, veicolata dalle pagine ufficiali del Ministero della Giustizia con agghiacciante entusiasmo celebrativo e propagandistico.
Dietro la retorica muscolare dei numeri, dei droni e dei velivoli dell’aviazione militare che hanno militarizzato i cieli e le strade per scortare centoventotto persone, si consuma la plastica, definitiva reificazione dell’essere umano ristretto. L’uomo recluso viene svuotato della sua soggettività, ridotto a pacco, a volume, a ingombro da riallocare, da redistribuire per far tornare i conti delle geometrie penitenziarie.
Svuota questo carcere, riempi quello. Uno di qua, uno di là. Con disarmante indifferenza, centoventotto esistenze vengono sradicate simultaneamente da Novara, Cuneo, Tolmezzo e Milano per essere stipate nella Casa di reclusione di Vigevano, eletta d’imperio a nuova succursale del circuito di massima afflizione, attrezzata in fretta e furia per creare luoghi di isolamento e di massimo patimento.
In questo grottesco rimescolamento di corpi, l’amministrazione cancella con un tratto di penna le abitudini conquistate a fatica nel tempo, spezza gli sforzi di adattamento e annienta quel briciolo di relazioni sociali intessute con i compagni di sezione, le sole tre persone scelte dal Dap per arginare la solitudine totale, l’annientamento sociale, per sopravvivere ai gironi danteschi delle nostre carceri. È un progetto che si muove nella totale opacità, un impulso deportativo in cui la logica che presiede ai trasferimenti appare del tutto arbitraria, guidata unicamente da esigenze securitarie e di potere.
Uno sballottamento sistematico, slegato da qualsiasi valutazione individualizzata, investe e travolge di riflesso anche i detenuti appartenenti ai circuiti comuni. Anche loro vengono cacciati e deportati improvvisamente per fare spazio alla dilatazione delle nuove sezioni di massima sicurezza. Si mutila così ogni residuo barlume di risocializzazione, infliggendo al contempo una pena accessoria, strisciante e violentissima ai nuclei familiari. Padri, madri, mogli e figli vengono costretti dall’oggi al domani ad affrontare viaggi infiniti ed estenuanti, interrompendo le abitudini acquisite nel tempo.
Il disegno complessivo, che l’amministrazione ha ribattezzato cinicamente nel suo insieme col nome di “Kairos”, si inserisce in una precisa cornice ideologica. Fin dal suo insediamento, infatti, il Governo ha perseguito senza infingimenti una volontà di segregazione e punizione che, sbandierando il mantra di “ordine e sicurezza”, ha ridotto il carcere a un luogo ammalante. Una fabbrica di sofferenza che genera vulnerabilità, esaspera le marginalità e incattivisce gli animi, affogando ogni legittima esigenza di rinascita e riscatto in struggenti, disperati tentativi di mera sopravvivenza biologica. Brutalizzando sistematicamente le condizioni minime del vivere, questa politica ottiene l’effetto paradossale di esacerbare e acuire gli stessi impulsi delinquenziali che dichiara di voler combattere. Dal decreto sui rave party in poi, ogni singolo impulso normativo è stato speso ossessivamente in tale direzione.
La risposta dello Stato alla ferocia dei dati dei suicidi in carcere, dei gesti autolesionistici, ai numeri del sovraffollamento, alla miseria, alla solitudine e all’abbandono, alla incapacità di cura e di custodia, nel suo senso compiuto, è stata affidata interamente alle sigle del controllo e della repressione - GIO, GIR, GOM -, all’uso degli infiltrati, all’introduzione di nuovi reati e all’esasperazione della punizione. Un’architettura della paura che produce solo più detenzione, più isolamento e meno fiducia nelle istituzioni. L’espansione di questa logica sembra animata dal solo e reale obiettivo di fondo di radicalizzare la segregazione delle persone ristrette nel regime ex articolo 41-bis dell’Ordinamento penitenziario e in Alta Sicurezza.
Si punta alla disattivazione programmata dell’io, a un sonno trattamentale studiato nei minimi dettagli per spegnere chirurgicamente ogni residuo di individualità, di pensiero e di anima. È una traiettoria terminale, concepita per una vera e propria morte per pena, dove l’attesa della fine sostituisce qualsiasi idea di futuro. Eppure, l’articolo 27 della nostra Costituzione grida ancora che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, che devono tendere alla rieducazione della persona condannata. Vantarsi orgogliosamente davanti alle delegazioni di tutto il mondo di uno sbandierato dispiegamento di forze e di un tracotante arsenale normativo, celebrandolo come un “fiore all’occhiello” o un’eccellenza italiana da esportare all’estero, significa istituzionalizzare la tecnica dell’annientamento sociale. Significa smarrire del tutto il volto umano del diritto, trasformando lo Stato in un freddo e borioso macchinario di eliminazione. La riorganizzazione logistica divora progetti, esistenze e speranze, e tutto consegna sull’altare dell’insicurezza collettiva e del bisogno primordiale di fare male a qualcuno da individuare come nemico, al solo fine di pacificare le nostre insoddisfazioni, le nostre inadeguatezze, le nostre frustrazioni.
*Osservatorio Carcere Ucpi










