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di Giuseppe Ariola

L’Identità, 27 luglio 2025

Nel cuore di un’estate segnata da caldo estremo e carceri allo stremo, il ministero della Giustizia ha provato a rompere l’impasse con un primo, forse timido, ma significativo passo. Secondo una ricognizione interna, ben 10.105 detenuti definitivi potrebbero accedere a misure alternative alla detenzione. Si tratta di una platea precisa: persone con una pena residua sotto i due anni, non condannate per reati ostativi (quelli più gravi, come mafia e terrorismo), e che non hanno riportato sanzioni disciplinari gravi negli ultimi 12 mesi. Non servono nuove leggi. È il dato più politico di tutti: la deflazione carceraria potrebbe cominciare subito, sfruttando le maglie dell’ordinamento attuale.

Per questo il dicastero guidato da Carlo Nordio ha insediato una task force che, in stretto raccordo con la magistratura di sorveglianza e con i singoli istituti penitenziari, lavorerà fino a settembre per definire caso per caso la posizione dei detenuti “liberabili”. Una “quarta gamba” - così la definiscono fonti interne al Ministero - da aggiungere alle tre direttrici già delineate dalla strategia Nordio: riduzione dei detenuti in attesa di giudizio (oggi al 15%), trasferimento dei tossicodipendenti verso comunità terapeutiche (25%) e rimpatrio degli stranieri detenuti nei Paesi d’origine (altro 25%). Tre idee ancora sulla carta: servono modifiche normative, accordi bilaterali o almeno protocolli operativi con enti e comunità.

La quarta gamba, invece, è quella che poggia su terreno già solido. Non si tratterebbe di una sanatoria generalizzata. I beneficiari sarebbero coloro che, a norma di legge, già potrebbero essere ammessi alla detenzione domiciliare, all’affidamento in prova ai servizi sociali, alla semilibertà o alla liberazione anticipata. Il tutto senza alterare il dettato normativo esistente, ma puntando a velocizzare i procedimenti e a rafforzare la macchina amministrativa. Perché è lì che si gioca, in gran parte, la partita. Le carceri italiane contano oggi quasi 63mila detenuti a fronte di 47mila posti disponibili. Uno scarto strutturale che incide sul clima interno agli istituti, favorisce tensioni, episodi di violenza e suicidi, e mina alle fondamenta i percorsi di recupero.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha denunciato più volte, ma la situazione non è mai realmente cambiata. Da qui la necessità - percepita finalmente come urgente anche ai piani alti del Ministero - di trovare vie di fuga concrete da un sistema al collasso. La scelta, però, si muove su un crinale politico molto delicato. L’eventualità di uno “svuota carceri” genera malumori nella maggioranza, intanto, però, si lavora sottotraccia. Per rendere credibile l’operazione, a via Arenula si valuta un rafforzamento degli organici della magistratura di sorveglianza, da anni sottodimensionati. Altro nodo: l’assenza di un’abitazione presso cui scontare i domiciliari per molti potenziali beneficiari. Una questione non secondaria.

Per questo il ministero ha stanziato 2 milioni di euro per la Regione Abruzzo: serviranno ad attivare percorsi di orientamento, formazione e housing sociale per chi si prepara a uscire dal carcere. Un esperimento replicabile altrove. Il vero banco di prova sarà la concretezza. La task force si riunirà ogni settimana fino a settembre. Se i numeri diventeranno fatti, sarà il primo passo di una svolta silenziosa ma storica: dimostrare che svuotare le carceri non significa abbandonare la sicurezza, ma recuperare l’efficacia della pena.