di Floriana Bulfon
La Repubblica, 11 novembre 2021
Alberto Livoni lavora per il volontariato salesiano. Da giorni in corso una retata di missionari e attivisti. Ad Addis Abeba si respira un clima d'assedio e le forze governative vivono nella paranoia di una "quinta colonna" tigrina attiva in città contro il premier Abiy Ahmed. Da una settimana vengono segnalati arresti di missionari, volontari delle Ong e persino dipendenti delle agenzie Onu. E il 6 novembre è stato fermato anche un operatore umanitario: Alberto Livoni. Il cittadino italiano lavora per Vis, il Volontariato Internazionale per lo Sviluppo che si ispira al messaggio di San Giovanni Bosco occupandosi di scuole e corsi di formazione per i giovani.
Non ci sono conferme ufficiali sulle motivazioni del fermo. La polizia federale avrebbe agito per "ragioni di sicurezza" e avrebbe contestato a Livoni la cessione di una valigetta con un milione di birr - una somma pari a circa 20mila dollari - con il sospetto che il denaro servisse ad aiutare la popolazione tigrina.
Livoni, cinquantenne di origini emiliane, studi in Svizzera e una lunga esperienza nella cooperazione, sarebbe ancora detenuto. In Etiopia lavora proprio per l'emergenza nel Tigray. La regione è isolata da oltre un anno: lo scorso novembre ha subìto l'offensiva scatenata dall'esercito, che da allora ostacola i rifornimenti di cibo e medicine provocando una crisi umanitaria gravissima. Poi il contrattacco tigrino ha inflitto una dura sconfitta alle truppe di Addis Abeba, innescando la rivolta di altri gruppi etnici che ora marciano verso la capitale. Ma le condizioni della popolazione restano drammatiche. Pochi mesi fa Livoni ha raccontato proprio i progetti allestiti nelle scuole dove sono stipati migliaia di bambini, tutti profughi in fuga dai villaggi devastati dal conflitto. Il nostro consolato e la nostra ambasciata si sono messi in contatto con le autorità etiopi per trovare una soluzione al fermo del volontario italiano.
La situazione nella capitale peggiora ogni giorno. Nove formazioni hanno costruito un'alleanza contro il premier Abiy, che due anni fa era stato premiato con il Nobel per la Pace: le loro milizie sono a poco più di cento chilometri dalla città. Nelle strade di Addis Abeba ci sono state manifestazioni in sostegno del governo, con slogan contro gli Stati Uniti e l'Europa. Mentre aumentano le retate con perquisizioni, arresti e deportazioni in luoghi sconosciuti.
Proprio un giorno prima dell'arresto di Livoni alcuni agenti sono entrati in un centro gestito dai Salesiani nella zona di Gottera. All'interno c'erano 17 persone, sacerdoti e laici etiopi ed eritrei che vivevano nella struttura. "Sono stati tutti portati in una località segreta dove adesso sarebbero detenuti" fa sapere Fides, l'organo di informazione delle Pontificie Opere Missionarie in contatto con fonti locali. "Non riusciamo ancora a comprendere quali siano i motivi alla base di un atto così grave: perché arrestare sacerdoti che svolgono la loro missione di educazione, peraltro in un centro impegnato da sempre a fare del bene, molto frequentato da anni da tantissimi bambini, dove si fa recupero dei bambini di strada?", chiede don Mussie Zerai, presidente dell'agenzia Habeisha mentre i Salesiani in Etiopia hanno inviato un messaggio in cui invitano a "pregare per la pace e l'unità del Paese".
In questa escalation del terrore anche sedici dipendenti delle Nazioni Unite originari del Tigray sono finiti in cella. "Sono al momento detenuti contro la loro volontà", fa sapere il portavoce Stephane Dujarric. E ieri l'Onu ha annunciato che settanta autisti dei camion che trasportano gli aiuti del Pam - il Programma Alimentare Mondiale - sono stati arrestati con una contestazione generica di "terrorismo": si tratta di persone di etnia diverse, non solo tigrina. L'effetto della retata è chiaro: impedire l'afflusso di cibo e medicine. L'operazione è scattata a Semera, la città chiave da cui i convogli cercano di raggiungere il Tigray. "C'è in corso un vero blocco umanitario. L'80 per cento dei farmaci essenziali non è più disponibile nella regione", ha denunciato l'Onu. Ma il governo sostiene che i rifornimenti distribuiti dalle agenzie umanitarie finiscono anche nelle mani dei miliziani ribelli e contesta l'opera di alcune ong con accuse gonfiate per aumentare il livello della crisi. Il tutto - secondo l'Onu - senza fornire prove.
Di fronte a questa escalation, le ambasciate occidentali hanno cominciato a ridurre al minimo il personale in Etiopia preparando piani di evacuazione completa e molte aziende straniere stanno rimpatriando i loro dipendenti. Un'emergenza che preoccupa anche l'Italia: ieri il Copasir ha ascoltato il generale Giovanni Caravelli, direttore dell'Aise: "Abbiamo chiesto informazioni sulla drammatica crisi che investe l'Etiopia e che vede l'avanzata delle milizie del Tigray verso la capitale Addis Abeba, anche in considerazione delle possibili ricadute sulla dinamica dei flussi migratori e della penetrazione islamica nel Corno d'Africa, Regione di nostro prioritario interesse strategico".









