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di Jacopo Storni

Corriere della Sera, 30 gennaio 2025

Francesco Romagnoli e i 20 anni d’impegno in Etiopia. L’associazione e le adozioni degli “ultimi”. La storia del volontario diventa un libro che sarà presentato a Firenze. Ha studiato Economia e commercio per andare a lavorare nello studio del padre commercialista. Per cinque anni ha lavorato dietro quella scrivania ma a un certo punto quella scrivania è diventata un muro di cemento armato che lo sperava dalla vita. Francesco Romagnoli si è guardato dentro e ha detto che no, la vita è soltanto una e non avrebbe dovuto sprecarla facendo qualcosa che non lo appassionava. “Una mattina mio padre, mosso a compassione, decise di liberarmi da quella prigione dorata. Mi chiamò e mi disse che quel lavoro non faceva per me”.

Una di quelle notti, Francesco fu svegliato nel sonno dai pianti di alcuni bambini. “Mi alzai e uscii in terrazza. Forse venivano dal reparto di pediatria del vicino ospedale. Quei pianti potevo sentirli solo io. E forse erano il segno che stavo aspettando”. Poche sere dopo, mentre guardava la tv, si soffermò sull’intervista a una missionaria etiope che raccontava gli orfani, le loro sofferenze e i loro pianti. “Ecco di chi erano quei pianti”.

Francesco ebbe una scintilla e decise di seguirla. Partì per l’Etiopia alla ricerca di quella missionaria. Rimase in Africa un mese, in cerca di ispirazione. Tornò in Italia afflitto da quel dolore, esausto di quella povertà. Poi ripartì, perché l’Africa gli mancava. Adottò una bambina di strada che si chiama Melat e le dette come cognome Francesco, il suo nome, secondo la prassi etiope. Da allora non se n’è più andato. Ha creato l’associazione “James non morirà” ed è rimasto quasi vent’anni in Etiopia, dove ha costruito quello che oggi è il Villaggio dei bambini, ad Adwa, nel nord del Paese, una struttura che ospita oltre cento bambini orfani.

Tutti loro portano il suo cognome. Sono figli della guerra nel Tigray, bambini nati da stupri, bambini abbandonati dai genitori, bambini che hanno perso i loro familiari trucidati nel conflitto, spesso davanti ai loro occhi innocenti. Nel Villaggio lavorano sessanta persone, tutte locali. L’area si estende su un terreno di due ettari ed è costituita da sedici casette, in ognuna delle quali vivono nuclei familiari composti da 6/8 bambini affidati alle cure di una donna locale, selezionata e istruita dall’associazione di Francesco, che svolge le funzioni di “mamie”. Così i piccoli ritrovano una parvenza di famiglia, una vita normale.

La struttura è dotata di una mensa interna che garantisce più di 300 pasti giornalieri per tutti gli abitanti del Villaggio, di aree comuni per giocare e studiare, di un orto che procura frutta e verdura fresca, di una stalla che fornisce latte igienicamente sicuro per i bambini. L’educazione scolastica dei bambini, con frequenza delle scuole pubbliche, viene integrata da insegnanti di sostegno per lo svolgimento dei compiti. Per i più piccoli c’è una scuola materna. Al compimento dei diciotto anni, i ragazzi continuano ad essere assistiti per studi universitari e corsi di formazione professionale.

In Etiopia sono nati i due figli di Francesco, che oggi si sono trasferiti in Italia ma dentro di loro hanno il mal d’Africa, come del resto loro padre che oggi, guardandosi indietro, rivede la sua vita e pensa all’importanza di dare fiato ai sogni. “Qualcuno dice che sono pazzo, ma io ho soltanto colto la scintilla delle mie aspirazioni e l’ho trasformata in realtà, è qualcosa che tutti possono fare, servono sacrifici e tanta forza di volontà”. La storia di Francesco e del suo Villaggio è diventata un libro, Babaje. Il richiamo dei bambini invisibili (Gremese Editore) che sarà presentato mercoledì 29 gennaio alle 18.30 presso la libreria Giunti Odeon di Firenze alla presenza della sindaca Sara Funaro e del giornalista del Corriere della Sera Iacopo Gori.