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di Farian Sabahi

 

Corriere della Sera, 1 gennaio 2021

 

Haftom, 21 anni, fuggito con la famiglia senza nulla dalla regione del Tigray dove imperversavano i combattimenti, ora è in un campo rifugiati del Sudan. "In condizioni normali, a Natale avremmo mangiato carne e bevuto tella (birra tradizionale etiope, ndr). Nel campo rifugiati non ci sono però né carne né tella. Sono nato e cresciuto a Mai Kadra, nella regione nordoccidentale del Tigray vicino al confine con il Sudan.

Ho ventun anni e prima della guerra studiavo contabilità e finanza. Quando è scoppiato il conflitto sono scappato con la mia famiglia, non siamo riusciti a portare nulla con noi. Sulla via della fuga, abbiamo incontrato dei soldati sudanesi che ci hanno portato nel campo rifugiati di Hashaba, nello stato sudanese di al-Gedaref. Nel nostro calendario era il primo giorno del mese di Hidar 2013 (10 novembre 2020)". A raccontare la propria condizione è Haftom Berhe, etiope di etnia tigrina e religione cristiana. Nel campo rifugiati di Hashaba vivono circa 17mila rifugiati, il 70 percento sono donne e bambini. Haftom è originario di Mai Kadra, una cittadina nella regione nordoccidentale del Tigray ma, essendo sul confine, è a maggioranza ahmara.

L'Etiopia ha 110 milioni di abitanti suddivisi in oltre 80 etnie. Tra queste, le principali sono gli oromo (32 percento) e gli ahmara (30,2 percento). I tigrini sono soltanto il 6 percento della popolazione ma per vent'anni hanno controllato il governo centrale etiope. Tigrini e ahmara sono per lo più cristiani ortodossi, mentre gli oromo sono prevalentemente musulmani. I matrimoni tra etnie sono comuni, e infatti Ably Ahmed Ali - premier dall'aprile 2018 e premio Nobel per la Pace 2019 - è oromo di madre ahmara e professa la fede cristiana protestante.

Le tensioni interne all'Etiopia sono per lo più etniche, non religiose. Dal punto di vista politico, l'Etiopia è una federazione su base etnica. In questo anno e mezzo il premier ha cercato di emarginare il Tpfl (Tigray Peoplès Liberation Front) e ha tentato di passare dall'etnofederalismo a una forma di centralizzazione panetiopica. I tigrini si sono però opposti e hanno rivendicato l'autonomia, rompendo con Addis Ababa.Il 9 settembre i tigrini hanno organizzato le elezioni locali, anche se il governo centrale le aveva rimandate al 2021, in tutto il paese, con il pretesto della pandemia. "In Etiopia abbiamo avuto le elezioni, ma il premier Abiy Ahmed era contrario e per questo è scoppiata la guerra. Il governo etiope è una dittatura. Noi, abitanti della regione del Tigray, vogliamo un governo democratico", commenta Haftom.

Il conflitto armato è cominciato il 3 novembre quando, secondo le autorità di Addis Ababa, i tigrini avrebbero attaccato alcune caserme delle forze armate etiopi. Il Tpfl respinge l'accusa, ma questo sarebbe stato il pretesto per l'offensiva lanciata il 4 novembre dalle forze governative contro i tigrini. "Nella nostra cittadina non è stato possibile contare i morti. I militari hanno sparato, decapitato con l'ascia, ucciso con i machete. Ci hanno presi di mira perché siamo di etnia tigrina. Molti dei miei compagni di corso sono stati uccisi".

L'offensiva è terminata il 30 novembre. Come tanti altri rifugiati, Haftom e i suoi famigliari non sono riusciti a prelevare denaro né a portare con sé parte del raccolto: "Ogni mese le agenzie internazionali ci danno le razioni di sorgo, ma il cibo non è sufficiente. Non abbiamo abiti di ricambio, la notte fa molto freddo. Stare qui è complicato, perché è scoppiata la guerra anche tra Sudan ed Etiopia".

Il governo centrale etiope ha oscurato le telecomunicazioni e blindato la regione del Tigray. Di conseguenza, le notizie sono scarse e frammentarie. A perpetrare il massacro di Mai Khadra del 9 e 10 novembre, in cui sono morte 600 persone, potrebbero essere stati i soldati federali, oppure le milizie del Tigray. Oppure le forze armate dell'Eritrea perché dopo decenni di inimicizia con Addis Abeba, ora sono coalizzate con il governo centrale etiope contro i tigrini: "In questi mesi, i militari eritrei hanno ucciso i civili del Tigray, hanno usurpato le nostre proprietà e violentato le nostre bambine", denuncia Haftom. Secondo Riccardo Noury di Amnesty International, "dalle immagini in nostro possesso è evidente che fossero civili perché non indossavano l'uniforme.

Sappiamo che molte delle vittime erano di etnia ahmara, ma non sappiamo esattamente chi sia stato a uccidere. Alcune testimonianze puntano sulla polizia del Tigray, che di fatto è una formazione paramilitare, ma non c'è certezza". Secondo altre fonti, per evitare distruzioni e organizzare la guerriglia, il Tpfl avrebbe evacuato le proprie forze dalla capitale tigrina Macallè. E infatti, Haftom dichiara: "La maggior parte dei morti sono tigrini, ad ucciderli sono stati i soldati governativi. Le milizie tigrine non c'entrano: al momento del massacro erano impegnate altrove, a combattere le forze armate di Addis Abeba".