di Mariarosaria Guglielmi*
La Stampa, 19 maggio 2024
Medel - Magistrats Européens pour la Démocratie et les Libertés - riunisce associazioni di giudici e pubblici ministeri di 17 Paesi del Consiglio d’Europa. Guardando alla giurisdizione attraverso la lente più ampia della dimensione sovranazionale, Medel è stata in grado in questi anni di cogliere in anticipo i segnali della contagiosa crisi sistemica dello stato di diritto che ha colpito l’Europa. Raggiunti dai messaggi dei colleghi e dei loro familiari, abbiamo vissuto i giorni del drammatico collasso della democrazia in Turchia: destituzioni, arresti, processi di massa e condanne sommarie di migliaia di magistrati, avvocati, funzionari. Murat Arslan, presidente di Yarsav, la più grande associazione di giudici e pubblici ministeri dissolta dal governo dopo il tentativo di colpo di Stato, è stato condannato a 10 anni di reclusione in violazione delle garanzie minime del giusto processo, ed è detenuto dall’ottobre 2016.
Abbiamo osservato gli sviluppi della regressione democratica nei confini dell’Unione Europea. Quel che è apparso chiaro è che l’attacco all’indipendenza della magistratura è sempre parte di un progetto più ampio di alterazione degli equilibri essenziali alla democrazia, e dissenso verso i suoi valori e le sue istituzioni, le sue regole e le sue procedure. È un progetto che vuole passi indietro nelle conquiste per i diritti, l’eguaglianza e le libertà.
In Polonia riforme strutturali - in nome della necessità di riportare il sistema giudiziario sotto “il controllo democratico” - hanno prodotto la ferma presa dell’esecutivo sulla magistratura e un nuovo Consiglio di Giustizia che, con i suoi componenti scelti dal Parlamento, da garante dell’indipendenza della magistratura si è trasformato nell’artefice instancabile della sua sistematica demolizione. Abbiamo visto procuratori e giudici colpiti da campagne diffamatorie e puniti per aver preso la parola contro le riforme e per aver agito da giudici europei, facendo valere il primato del diritto dell’Unione, conformandosi alle decisioni della Corte di Giustizia e verificando se i loro stessi tribunali garantivano ai cittadini un giusto processo. Abbiamo visto una Corte costituzionale, catturata dal potere politico, sfidare non solo il primato del diritto dell’Unione ma la stessa Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dichiarando non vincolanti e “incostituzionali” i suoi principi. E una Procura, punto di attacco di queste riforme che hanno riunificato il ruolo del Procuratore generale e del Ministro della giustizia, trasformata in una struttura militare, per punire i procuratori sgraditi e promuovere quelli remissivi, e in un formidabile strumento di pressione sui giudici, per effetto di poteri ampi e incontrollati e l’uso dei procedimenti penali. Tutto questo è accaduto mentre si approvavano leggi regressive per i diritti e le libertà delle persone e delle minoranze. Tutto questo è successo nell’Unione Europea.
Prima della Polonia, l’Ungheria. E oggi si moltiplicano i contesti di crisi dello stato di diritto nell’Unione. I sistemi giudiziari sono fra i primi a pagare il prezzo quando una democrazia perde le sue virtù essenziali: quelle del suo linguaggio e quelle che regolano l’esercizio democratico dei suoi poteri. Sono le virtù che Steven Levitsky e Daniel Ziblatt - nel descrivere come oggi muoiono silenziosamente le democrazie - hanno definito come tolleranza reciproca e istituzionale: resistere alla tentazione di prendere il controllo di tutto e su tutto, sugli organi di garanzia, sulla libertà di stampa, sugli spazi aperti della critica e del dissenso.
Medel ha osservato le tante forme in cui oggi l’intolleranza si esprime verso il ruolo della giurisdizione. Non solo la presa di controllo dall’esterno e la manomissione dall’interno dei sistemi giudiziari, ma prima ancora la delegittimazione della funzione giurisdizionale e del suo ruolo di garanzia: è l’accusa più insidiosa di parzialità, che deve inoculare in chi entra in un’aula di giustizia la convinzione di avere davanti a sé un giudice che non ascolterà, non cercherà la risposta alla sua domanda di giustizia interpretando le norme e i principi, ma avrà già scritto il suo verdetto e questo verdetto sarà la “rivincita” dei suoi pregiudizi ideologici e politici.
È stato il richiamo alla tutela dell’imparzialità e della neutralità politica l’argomento usato dal governo polacco per tentare di difendere davanti alla Corte di Giustizia la cd. Muzzle law: il regime disciplinare utilizzato - come ha detto la Corte - per creare pressione nei confronti dei giudici chiamati ad applicare il diritto dell’Unione, e le norme che obbligavano i giudici a pubblicare le informazioni sull’appartenenza ad associazioni giudiziarie. È stata l’accusa di parzialità dei giudici nelle loro decisioni e delle loro associazioni intervenute nel dibattito pubblico in difesa dei diritti, il leit motiv della campagna che un anno fa in Francia spingeva alcuni senatori a proporre il cd. emendamento bavaglio che voleva limitare, in nome del dovere di imparzialità, la libertà di espressione dei magistrati e della magistratura associata.
Come non pensare a tutto questo quando la nostra Anm viene accusata di deragliamento istituzionale per aver preso la parola sulle riforme costituzionali e quando il fronte di attacco dell’accusa di parzialità si sposta pericolosamente verso la giurisdizione, verso i giudici e i pubblici ministeri di questo paese accusati di perseguire, con i processi e le indagini, finalità politiche e un ruolo di opposizione politica. Il valore della imparzialità è il fondamento di legittimazione della nostra funzione. Ciò che rende accettabili le decisioni che incidono sulla vita delle persone.
Dietro all’impropria sovrapposizione fra l’imparzialità del giudice e i limiti alla sua libertà di espressione c’è la visione di una magistratura “corpo burocratico”, silente e indifferente, separato dalla società, escluso dal dibattito democratico: magistrati ripiegati su se stessi e sulle loro “carte”, incapaci di elaborare posizioni collettive diverse dalle rivendicazioni salariali e di carriera.
L’esperienza di Medel in questi anni ci ha dimostrato che di fronte a scelte dirompenti per lo spazio comune di giustizia, agli attacchi alla giurisdizione, alla delegittimazione che esprime l’insofferenza per il suo ruolo di garanzia, la consapevolezza di essere magistrati “europei” sostiene la resilienza di una Giustizia indipendente. E che non può essere un giudice isolato e solitario ad affrontare le difficili sfide del presente.
Medel, nata dalla lungimiranza dei pochi che, in una Europa ancora divisa dal muro di Berlino, avevano intuito l’importanza del nostro impegno collettivo anche oltre i confini nazionali, oggi ci ricorda che preziosa è l’eredità del nostro associazionismo giudiziario, che ha saputo unire la magistratura di questo Paese nella difesa dei valori della Costituzione e della nostra democrazia.
*Presidente di Medel, Magistrats européens pour la démocratie et les libertés









