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di Massimo Giannini

La Stampa, 11 luglio 2022

Viviamo un presente “retrotopico”. Perduta l’utopia, ci rifugiamo nella nostalgia. Nel mondo, ormai da quasi cinque mesi, c’è di nuovo la guerra. L’Angelo della Storia di Walter Benjamin, con il viso rivolto al passato e una catastrofe di morti e rovine ai suoi piedi, non riesce più a spiccare il volo verso il futuro. Così ci stiamo abituando anche a questo: l’orrore del Donbass, i missili che piovono, i civili che muoiono. Tutto è già quasi routine, almeno per la nostra coscienza morale. Ma non per la nostra esistenza materiale. Del conflitto russo-ucraino valutiamo il costo economico, più che il conto delle vittime. Quanto rincara la bolletta del gas, il pieno di benzina, la spesa al supermercato? Quando scatteranno le restrizioni alle forniture di energia, di aria fredda o di acqua calda? Dove arriverà l’inflazione, la più ingiusta di tutte le tasse, che non ha pietà dei più deboli? L’Africa e l’Asia sono già in fiamme. Le immagini dello Sri Lanka, dove migliaia di disperati assaltano il lussuoso palazzo presidenziale e si tuffano nella piscina del rais Rajapaksa, non simboleggiano il Quarto Stato di Pellizza Da Volpedo che avanza e si emancipa dal bisogno. Sono piuttosto l’allegoria della ciclica, universale, feroce ribellione dei popoli contro le élite.

L’Europa, risparmiata (per ora) dai cannoni di Putin, rischia di trasformarsi in grande polveriera sociale. I governi, tra l’estate infuocata e l’autunno rovente che pare già cominciato, dovranno farsene carico. Le tensioni sociali e sindacali sono già esplose questa settimana. In Francia le agitazioni dei lavoratori hanno paralizzato per giorni l’aeroporto Charles De Gaulle, dove le file per i check-in si sono allungate in un solo giorno fino a due chilometri e mezzo.

Lo sciopero dei ferrovieri della Sncf ha paralizzato i treni Intercity e i regionali dei pendolari, ma anche i Tgv ad alta velocità. Tutti reclamano aumenti salariali doppi rispetto a quelli offerti dall’azienda, che oscillano tra il 2,2 e il 3,7 per cento: i sindacati chiedono l’allineamento all’inflazione, che Oltralpe è a quota 6,5 per cento. Una grana enorme per Macron, che rischia un’altra devastante stagione di gilet gialli sugli Champs Elyseés.

In Gran Bretagna, dove il carovita ha già sfondato il tetto del 9 per cento, è già partito un primo sciopero contro l’aumento della benzina lunedì scorso. Il sindacato dei macchinisti ha già indetto un referendum tra gli iscritti, per chiedere il via libera a una serie di scioperi nazionali: sarebbe il primo dal 1995, in un Paese dove gli stipendi sono fermi dal 2019. Un problema gigantesco per Boris Johnson, anatra zoppa che guida un governo-fantasma e che - come scrive il “Guardian” - descriveremo presto con le stesse parole usate dal Marco Antonio di Shakespeare per ricordare Giulio Cesare: “Il male che un uomo fa, gli sopravvive...”. Nei Paesi Bassi lo scontro è ancora più aspro, perché anticipa nel settore-chiave dell’agricoltura fratture che presto si apriranno a livello europeo anche nel settore auto. Gli agricoltori olandesi hanno paralizzato il Paese con mucche e trattori per contestare il taglio del 50 per cento alle emissioni inquinanti di ossido di azoto e ammoniaca, fissato dall’esecutivo nel 2030. Circolazione bloccata nelle campagne e scaffali vuoti nelle città. Intanto, nelle stesse giornate e per le stesse ragioni, i pescatori di gamberi hanno occupato il porto di Harlingen. Le rivolte contadine hanno un sapore antico, ma un valore moderno. Evocano la madre terra, il bestiame, il pane quotidiano, le rivoluzioni. La miccia è accesa sotto la poltrona di tutti i capi di Stato: non solo del premier Mark Rutte, finora troppo impegnato a guidare la resistenza dei “frugali del Nord” contro il price cap al gas russo, l’estensione del Next Generation Eu, la revisione del Patto di stabilità.

In Italia non stiamo affatto meglio. Venerdì scorso il presidente Gian Carlo Blangiardo e la direttora Linda Laura Sabbadini, nel Rapporto annuale dell’Istat, ci hanno scosso dal torpore, descrivendo con i numeri un’Italia insopportabilmente povera, drammaticamente invecchiata, scandalosamente diseguale. Non sappiamo cosa sperare, in una nazione dove per ogni 100 adolescenti sotto i 15 anni ci sono 200 anziani over 65, la povertà degli under 18 è salita al 14 per cento, quella dei ragazzi tra i 18 e i 34 anni è aumentata all’11 per cento, 7 milioni di giovani vivono ancora a casa con mamma e papà, 4 milioni di stipendi sono sotto i 12 mila euro l’anno, 1 salario su 3 non arriva a mille euro al mese, metà delle donne tra i 25 e i 44 anni non lavora. Possiamo consolarci pensando che la statistica ufficiale fotografa solo il Paese legale, mentre nel Paese reale c’è un altro Pil da 150-200 miliardi che non vediamo, perché è occulto, è nero, è sommerso. È il frutto proibito dell’economia “informale” e dell’evasione fiscale, ma che se non ci fosse avrebbe già portato gli italiani alla fame e alla sommossa. Ma che conforto è, quello in cui si arrotonda o si ingrassa violando la legge e rubando denaro sporco alle spalle di chi la rispetta?

Draghi finora ha portato avanti la missione che Mattarella gli aveva affidato un anno e mezzo fa: la lotta alla pandemia, con l’avvio del piano vaccinale, e l’attuazione del Recovery Plan, con la messa a terra dei progetti concordati con la Ue per ottenerne i fondi. Ora la guerra ha cambiato lo scenario. Il Pnrr è fondamentale, ma non basta più. I decreti aiuti servono, ma sono insufficienti e talvolta iniqui, perché spesso sussidiano più le famiglie benestanti che quelle incapienti. I bonus sono stati utili, ma hanno bruciato troppe risorse. Carlo Cottarelli segnala che, tra gli oltre 40 introdotti negli ultimi due anni, esiste anche un bonus zanzariere fino a 60 mila euro detraibili: devono esserci in giro zanzare davvero molto grosse, per giustificare sostegno di questa portata. La prossima legge di bilancio è l’occasione per dare risposte al disagio sociale che cresce, e di cui finora la politica non si è fatta carico se non scegliendo poco e promettendo troppo. Fisco, welfare, giustizia, concorrenza: le vere riforme sono ancora tutte da fare. Neanche Draghi le ha fatte. Ma benché non rientrassero nel suo mandato, sarà il caso di prevederle adesso, usando l’ultima sessione di bilancio utile prima della fine della legislatura.

Possiamo ironizzare finché vogliamo sui grotteschi borborigmi del fu Movimento Cinque Stelle. Del suo capo-comico Grillo che si crede in connessione spirituale col Mahatma Gandhi ma pare il Gabibbo. Del suo capo-politico Conte che pensa a Cavour ma somiglia a Forlani. E possiamo anche bocciare il preambolo in nove punti che i pentastellati hanno consegnato al premier, per chiedere risposte senza le quali si dichiarano pronti a uscire dalla maggioranza: è assurdo chiedere un altro condono mascherato, nel Paese dei poeti dei santi e degli evasori, né si può lasciare che Roma marcisca sotto i rifiuti, per il no antistorico a un termovalorizzatore. Ma da Palazzo Chigi è urgente un ascolto più attento e concreto ai mali profondi della società italiana, ai fenomeni di marginalità e di esclusione sociale, ai bisogni delle nuove generazioni, alle quali non basta risparmiare altre cambiali emettendo più debito pubblico o facendo ulteriori scostamenti di bilancio. Scuola, formazione, lavoro, salari, parità di genere tra uomo e donna: qui, davvero, il piatto piange.

Dopodomani il presidente del Consiglio Draghi incontrerà i sindacati. È una buona occasione per provare almeno ad aprire una fase nuova, in vista della manovra di settembre. Ha ragione Maurizio Landini, quando nel colloquio con Lucia Annunziata che pubblichiamo oggi sostiene che se la guerra non si ferma andiamo incontro a un’esplosione sociale. Ed ha ancora più ragione quando aggiunge che le scelte si devono fare ora, e sono tutte dentro la politica. Se si chiude questa “finestra” temporale, non solo l’Italia, ma l’intero Occidente rischia di lasciare di nuovo il campo ai profeti dell’anti-politica. Non illudiamoci: come dimostrano Trump in America e Le Pen in Francia, il ciclo populista non si è affatto esaurito. Al contrario, resiste, cresce, ingrassa. Come nel recente passato, si nutre di paura, disagio e rancore sociale. Mai come oggi, tocca alla buona politica “affamare la Bestia”.