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di Francesca Sforza

La Stampa, 9 giugno 2024

Sono 27,3 i milioni di cittadini non europei che a oggi vivono nel continente. Le questioni relative ai diritti - di donne, comunità Lgbtq+ e migranti - sono quelle che più di altre, durante le campagne elettorali, permettono di definire il proprio posizionamento. E questa non ha fatto eccezione: in un’Europa che vede per la prima volta una forte componente dei partiti di destra nelle maggioranze di governo, ogni volta che si è parlato di diritti si è partecipato a rafforzare il collante che tiene insieme entità politiche altrimenti piuttosto diverse.

Limitazioni dell’aborto, culto della famiglia tradizionale, messa al bando delle comunità Lgbtq+, xenofobia e disprezzo per le persone di altri Paesi, attacchi alla libertà di stampa (che nelle democrazie contemporanee agiscono anche sotto forma di retorica contro il politicamente corretto) rappresentano temi - ma più che altro slogan - capaci di radunare sotto un unico ombrello gli elettori della Lega, di Fratelli d’Italia, di Vox, degli olandesi di Wilders, dei partiti finlandesi, ungheresi, cechi, del Pis polacco, dell’Afd tedesca, e di Marine Le Pen o Éric Zemmour in Francia. Anche i partiti, tra questi, con una più spiccata vocazione europeista - convinti ad esempio che cedere sovranità su temi fiscali o mettere in comune i debiti siano obiettivi da perseguire - quando si parla di diritti tornano a uno stadio pre-comunitario, in cui dominano istinti di conservazione nazionale, di sovranismo, di fastidio e sostanziale rifiuto del principio di solidarietà fra i popoli. Come mai? Cosa c’è nell’affermazione dei diritti civili di tanto avverso alle compagini di destra? E cosa c’è da aspettarsi da un’Unione Europea che arretrasse sul fronte dei diritti, quand’anche riuscisse ad avanzare su altri - apparentemente più strategici - settori?

Tra le ragioni che spingono le destre a far leva sulle limitazioni dei diritti c’è senz’altro la paura. Lo dimostra la campagna elettorale dell’Afd in Germania, o quella di Marine Le Pen: quando si punta l’indice sullo straniero e sul pericolo che rappresenta per la propria integrità o per il proprio benessere, non è difficile aumentare i consensi. Uno come Jordan Bardella, figura di spicco del Ressemblement National francese, ha condotto una campagna martellante su TikTok opponendo l’identità “nazionale europea” alle pericolose contaminazioni che vengono dall’esterno (un esterno sia geografico che valoriale), come se l’Europa fosse un paesello di mille anime assediato da un turismo rapace volto a stravolgerne il paesaggio.

Sulla sua linea si sono mossi in tanti, dai rumeni ossessionati dalla cosiddetta “ideologia gender” agli ungheresi convinti che la cultura woke di Bruxelles attenti alla loro stessa esistenza fino ai tedeschi dell’Afd che, puntando a conquistare i giovani più scontenti, hanno invaso le piattaforme social di slogan in cui l’attenzione al clima, alle minoranze o agli stranieri venivano per lo più associate a una generale mancanza di virilità (“così non troverete mai una ragazza”).

E allora, per tornare alla domanda su cosa bisogna aspettarsi se le questioni sui diritti non troveranno sufficiente affermazione, ecco apparire all’orizzonte una strana Europa-paese, in cui le istituzioni comunitarie rischiano di diventare il grimaldello dei sovranisti per scardinare dall’interno il sistema della solidarietà che ne costituisce, fino a oggi, l’ossatura portante.