di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 30 giugno 2022
Sono due le motivazioni per le quali la Corte d’Appello francese ha emesso parere sfavorevole alla procedura di estradizione di una decina di ex terroristi rossi, sulla scorta degli articoli 6 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il primo è il diritto di ogni imputato a “un equo processo”; il secondo il diritto “al rispetto della vita privata” dell’imputato.
Dunque, l’Italia sarebbe un Paese che non garantisce un giusto processo ai suoi cittadini e non ne rispetta la vita privata. Detta così, la giustizia francese emette una sentenza di condanna durissima del nostro Paese, trattato alla stregua di una sorta di repubblica delle banane, nel migliore dei casi, o nel peggiore, di una nazione autocratica, dove i diritti civili sono calpestati da tribunali politici. Ammesso, e per nulla concesso che sia così, ci si chiede come due Paesi fondatori dell’Unione europea possano convivere in un organismo sovranazionale che dovrebbe avere regole comuni e principi giuridici e democratici condivisi.
È una vicenda che si trascina da molti anni, da quando entrò in vigore quella che fu chiamata dottrina Mitterrand. Negli anni 80 il presidente francese François Mitterrand, sulla scorta delle idee del consigliere del governo Louis Joinet e con il via libera del primo ministro italiano Bettino Craxi (che si liberava di un problema), offrì ospitalità e rifugio a cittadini italiani che erano stati condannati per atti di violenza “politica”, a patto che non avessero più legami con la lotta armata. Le ragioni alla base della “dottrina” erano diversi. La prima è che è vero che nel periodo degli anni 70 l’Italia con la “legislazione d’emergenza” varò alcune leggi discutibili, che prolungarono all’infinito le custodie cautelari e attribuirono un ruolo eccessivo alla parola dei pentiti.
La seconda è che la Francia ha vissuto in maniera molto limitata il fenomeno del terrorismo interno. Il contesto culturale politico, con lo schieramento esplicito di molti intellettuali della gauche, ha fatto sì che i francesi abbiano considerato il fenomeno italiano non come terrorismo contro uno Stato democratico, ma come una vera e propria guerra civile. Non si trattava, secondo gli intellò, di una parte minuscola del Paese che cercava di sovvertire le istituzioni ma di uno scontro tra due fazioni, entrambe in qualche modo legittimate.
Si tenevano, dunque, due convinzioni, che si rafforzavano a vicenda. Quella di uno Stato poco democratico, con una giustizia ingiusta che usava metodi repressivi, e quella di una lotta che era sì condotta con metodi terroristici ma che aveva una sua giustificazione politica. A nulla valeva l’obiezione che l’Italia avesse un solidissimo impianto giudiziario, autonomo dalla politica (il che non esclude, naturalmente, che ci siano state condanne sbagliate e processi fondati su teoremi), e che il Partito comunista fosse rimasto sempre completamente estraneo e ostile al terrorismo.
La dottrina Mitterrand, in realtà, non è mai stata formalizzata. Si componeva di una serie di dichiarazioni del presidente, talvolta contraddittorie, mai scritte. Nel 1985, su Le Monde Mitterrand diceva: “… si trovano in Francia un certo numero di italiani, circa trecento. Un centinaio son venuti qui da prima del 1981. Hanno rotto in modo evidente con il terrorismo. Essi hanno messo su casa, ci vivono, si sono sposati, hanno fatto famiglia. La maggior parte di loro ha chiesto di essere naturalizzati… se non saranno fornite prove di una loro partecipazione diretta a crimini di sangue, non saranno estradati. I casi per i quali sarà dimostrata la responsabilità in crimini di sangue o quelli che si sottrarranno alla sorveglianza, si procederà all’estradizione”. In sostanza, Mitterrand non trasformava la Francia in terra d’asilo per terroristi, ma chiedeva “prove di una loro partecipazione diretta a crimini di sangue”. Sta qui la contraddizione, e l’ambiguità, di una dottrina che si sostanziava in una sfiducia conclamata verso la democraticità dell’Italia.
Dopo l’estradizione di Paolo Persichetti, nel 2003 il Consiglio di Stato francese, il più alto tribunale amministrativo del paese, dichiarò la dottrina Mitterrand priva di valore giuridico. Poi, un anno fa, il cambio di rotta decisa, con il ministro della Giustizia francese, Eric Dupond-Moretti, che paragonava gli ex terroristi italiani arrestati in Francia ai jihadisti del massacro del Bataclan. Ma i giudici francesi hanno proseguito per la loro strada. E così è arrivato il no della Corte d’Appello. No all’estradizione di persone che hanno storie giudiziarie molto diverse. Tra loro c’è per esempio, Giorgio Pietrostefani, 78 anni, che non è un ex brigatista (qui il profilo di Aldo Cazzullo). È tra i fondatori del movimento Lotta Continua e deve scontare una pena residua di 14 anni e 2 mesi per essere stato ritenuto mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto a Milano il 17 maggio 1972. Ognuno ha storie giudiziarie e anche condizioni personali diverse. Sono tutti molto anziani, alcuni in condizioni di salute critiche.
Caduta la dottrina Mitterrand, è rimasta un’inconciliabilità di fondo tra i due sistemi giudiziari. Molti dei processi italiani si sono svolti con gli imputati in contumacia (perché fuggiti), un istituto giuridico sconosciuto alla Francia, dove un accusato può essere condannato solo in sua presenza. Per anni i governi italiani hanno fatto finta di niente, e gli ex terroristi italiani si sono rifatti una vita. Il paradosso è che la Francia ha trattato con una durezza incredibile la sua esigua pattuglia di terroristi interni, di Action Directe, condannandoli all’ergastolo grazie a un pentito, e spesso con anni di isolamento. Non proprio un piedistallo dal quale impartire lezioni all’Italia.
Utile anche ricordare la vicenda di Cesare Battisti, diventato una sorta di scrittore-divo a Parigi, coccolato dagli intellettuali locali. La ricostruzione dell’Huffington Post, riletta oggi, risulta ancora agghiacciante, anche alla luce della successiva confessione piena di Battisti: “Il primo segretario del partito socialista François Hollande andò alla Santé a portare la solidarietà all’illustre detenuto. Il sindaco di Parigi, il socialista Bertrand Delanoë, gli concesse la cittadinanza onoraria. Gli intellettuali si schierano in massa con Battisti, da Daniel Pennac a Fred Vargas e Bernard-Henri Lévy. Si dileggiava l’Italia governata da Berlusconi come il paese che al fondo rimaneva “fascista” nelle istituzioni e condannava in contumacia i militanti dei movimenti di opposizione di massa degli anni 70.
Battisti ebbe la libertà provvisoria, ma a sorpresa i giudici in primo grado e poi in appello, concessero l’estradizione, il Consiglio di Stato confermò, il premier ministre Raffarin firmò. Sennonché poche ore prima di essere arrestato, Battisti scomparve per riapparire mesi dopo in Brasile, dove era arrivato grazie a due passaporti falsi che gli erano stati forniti - secondo la sua confessione - dai servizi francesi”.
Scriveva un anno fa Cesare Martinetti: “Dopo cinquant’anni dai fatti, come nel caso di Giorgio Pietrostefani condannato per l’omicidio Calabresi, dopo quaranta per gli altri, che uomini e donne sono quelli che torneranno in Italia? Se la giustizia deve fare il suo corso, tutta questa storia lascia l’impressione di una lunga ingiustizia costellata di viltà politiche, equivoci culturali e colpevoli ritardi”.
Franco Corleone, radicale storico che è stato sottosegretario alla Giustizia con i ministri Flick, Diliberto e Fassino, dice alla Rassegna che la richiesta di estradizione “è stata un grave errore”: “L’Italia avrebbe dovuto chiudere quella partita immaginando una soluzione politica. Non era impossibile trovare una chiusura di quella vicenda storica, in un modo che al tempo stesso riconoscesse le condanne e le responsabilità ma che prefigurasse una via d’uscita. Quando ero in Parlamento io c’inventammo la legge sulla dissociazione. Oggi qualcosa si poteva trovare. Invece si è preferito insistere con la richiesta di estradizione, con il bel risultato di vedersi sancito nero su bianco un giudizio del nostro Paese e del nostro sistema giudiziario, che viene condannato non sulla base della dottrina Mitterrand, ormai inesistente, ma in base alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.










