di Liana Milella
La Repubblica, 30 giugno 2022
La delusione della ministra della giustizia Cartabia per il rifiuto in blocco dell’istanza italiana, senza distinzioni tra le diverse storie. La telefonata della guardasigilli con il collega francese. Delusione sì, ma soprattutto “sorpresa”. Sono questi i sentimenti che prova Marta Cartabia quando, poco dopo le 14, la sua portavoce Raffaella Calandra le si avvicina nel pieno di una riunione in via Arenula e le mostra le agenzie appena giunte da Parigi. E la Guardasigilli è certamente delusa, ma soprattutto “sorpresa” per quella decisione che, indistintamente, riguarda nello stesso modo tutti i terroristi italiani, senza distinzione né di singole storie, né di singoli processi. Una valutazione in blocco, che ha il senso del pregiudizio e il sapore dell’impunità.
Il pregiudizio nei confronti della giustizia italiana - E poi, alla prima “sorpresa” se ne aggiunge una seconda, quel riferimento che emerge subito agli articoli 6 e 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo. Il primo, sul “diritto a un processo equo”; il secondo, sul “diritto al rispetto della vita privata e familiare”. Quasi che la magistratura francese conservi ancora, nei confronti dell’Italia, il pregiudizio dei processi ingiusti, perché in contumacia, che è andato avanti per 40 anni. Ed è come se i due fantasmi - che da quando è arrivata in via Arenula Cartabia ha cercato di scacciare tuffandosi nel dossier sui terroristi italiani in Francia - si materializzassero ancora integri. Il primo su un’Italia che non avrebbe garantito processi equi; il secondo sulla vita che, in questi anni di latitanza, gli ormai ex terroristi si sarebbero ricostruiti chiudendo con il passato.
Ma nel nostro Paese hanno avuto un processo giusto - Ma proprio nei lunghi colloqui con i francesi su due punti Cartabia ha sempre insistito. Innanzitutto, i processi svolti in Italia hanno sempre rispettato le regole. E poi, citando un filosofo che ama, Paul Ricoeur, “occorre una parola di giustizia... un’altra storia inizia qui”. Una nuova storia e una nuova vita non possono prescindere da una parola di giustizia. Cioè dall’accertamento delle responsabilità. Perché, come la stessa Cartabia ha ripetuto tante volte parlando di giustizia riparativa, “l’obiettivo non è la vendetta, ma serve una parola di giustizia”. È la stessa posizione di Gemma e Mario Calabresi che Cartabia condivide, come ha detto più volte, e ancora a Milano il 17 maggio, nel piccolo teatro Gerolamo dietro piazza Fontana, nel giorno in cui ricorrevano i 50 anni dell’omicidio del commissario Luigi.
I giuristi: Roma stavolta non può fare nulla - Delusione e sorpresa per la Guardasigilli, ma subito dopo l’interrogarsi su cosa potrebbe accadere adesso. E anche qui è in agguato una nuova frustrazione. Perché i giuristi di via Arenula danno subito a Cartabia un’altra cattiva notizia. L’Italia, stavolta, non può proprio fare più nulla. La procedura le lega le mani. E già martedì, tra soli cinque giorni, scadrà il termine dato alla Procura generale di Parigi - perché questa, e solo questa, può ricorrere contro la sentenza - per contestare la decisione presa dai giudici. L’Italia non potrà metterci bocca in alcun modo. Se la procura dovesse decidere di non presentare un ricorso, la partita francese stavolta sarà definitivamente chiusa.
L’avverbio “indistintamente” - E quando si tratta, inevitabilmente, di tradurre in una nota ufficiale la sua reazione, Cartabia è sobria, ma ferma quando scrive: “Rispetto le decisioni della magistratura francese, che agisce in piena indipendenza. Aspetto di conoscere le motivazioni di una sentenza che nega indistintamente tutte le estradizioni”. In quell’avverbio - “indistintamente” - c’è tutta la sua sorpresa. Ma poi c’è anche la stima e la gratitudine per il suo omologo francese, il ministro Eric Dupond-Moretti, con cui Cartabia ha subito stretto un forte legame. Tant’è che anche adesso gli dà atto di “aver rimosso un pluridecennale blocco politico: un gesto, il suo, che è segno della piena comprensione dei drammi vissuti nel nostro Paese durante gli anni di piombo e soprattutto della fiducia del governo francese nei confronti dei magistrati e delle istituzioni italiane”.
La frase rivelatrice di Dupond-Moretti - E Dupond-Moretti la chiama quando sono le otto di sera. Cartabia non ha dimenticato le sue parole quando, visitando la stazione di Bologna, un anno fa aveva detto: “Ma noi avremmo accettato che uno dei terroristi del Bataclan se ne fosse andato a vivere per quarant’anni, tranquillamente, in Italia?”









