di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 11 marzo 2026
Intervista con in regista cofondatore del Teatro libero di Rebibbia dopo le notizie su limitazioni alla recita per reclusi in alta sicurezza. “Ho conosciuto 2 mila detenuti, la loro recidiva è passata dal 65 al 15%. Alcuni ora sono attori professionisti. Il teatro fa bene a loro e alla società. La pena non è vendetta”. Stasera la compagnia è all’Auditorium di Roma. “A Rebibbia è attivo da dieci anni un Laboratorio teatrale durante il quale gli studenti universitari assistono alle prove in palcoscenico dei detenuti del Reparto alta sicurezza. Per quest’anno, al momento, non è stato autorizzato dal Dipartimento penitenziario”.
Fabio Cavalli è attore, regista, docente universitario, fondatore del Teatro Libero di Rebibbia con Laura Andreini, la presidente della fondazione “Enrico Maria Salerno”. Da 23 anni con i detenuti del carcere romano porta avanti un lavoro che è uscito più volte fuori dal carcere. Che è andato per i teatri e le strade di Roma, in televisione con la collaborazione della Rai, al cinema. Che ha varcato i confini, fino ad arrivare a Berlino. Nel 2012, infatti, il teatro di Rebibbia ha vinto l’Orso d’Oro con Cesare deve morire: un docufilm di Paolo e Vittorio Taviani che racconta la messa in scena della tragedia di Shakespeare Giulio Cesare da parte dei detenuti del circuito di alta sicurezza del carcere romano.
Lo contattiamo per parlare delle criticità che si stanno registrando in alcune carceri italiane - Rebibbia compresa - nella realizzazione di attività teatrali e culturali proprio nel momento in cui viene celebrato il teatro d’alto livello che si pratica tra le mura di Rebibbia. Nella serata di martedì 10 marzo, infatti, all’Auditorium parco della musica andrà in scena uno spettacolo molto atteso, realizzato con la regia di Laura Andreini e Francesca Di Giuseppe: Rebibbia, la città invisibile. Si tratta di una rilettura delle Città invisibili di Italo Calvino. Lo spettacolo è stato realizzato nel 2025, in occasione dei 40 anni della scomparsa dello scrittore. Si incontreranno sul palco detenuti comuni, ex detenuti e anche agenti penitenziari. A fare da protagoniste saranno le storie dei personaggi e le loro “case”. In un contesto in cui per casa non si intende un luogo fisico, ma uno stato mentale. “Lo spettacolo - ci racconta Cavalli - è frutto di un lavoro di lungo mesi, con persone che hanno commesso errori e li hanno pagati cari”.
Con Cavalli ripercorriamo alcune tappe importanti della storia del teatro libero di Rebibbia. E la sua mente corre ai detenuti che hanno recitato in Cesare deve morire. “Sono i detenuti dello stesso circuito a cui - prosegue - potrebbe essere preclusa la frequentazione della sala teatrale”. Non c’è ancora un documento che ufficializza questa disposizione, ma la direzione intrapresa e anticipata verbalmente ai diretti interessati è questa.
Il teatro a cui i detenuti dell’alta sicurezza rischiano di non poter accedere non si trova dall’altra parte di Roma, ma a pochi passi da loro. All’interno del carcere di Rebibbia. Le interlocuzioni tra chi svolge le attività e l’amministrazione penitenziaria sono continue e nelle ultime ore c’è stata un’apertura alla revoca di questo divieto. Ma non c’è nulla di ufficiale. E se niente sarà scritto nero su bianco, i detenuti dell’alta sicurezza dovranno fare le prove degli spettacoli nel loro reparto.
Resta invece intatto un altro divieto, che da qualche tempo c’è a Rebibbia così come in tutta Italia: saranno impediti i contatti tra i detenuti di questo circuito e le persone esterne al carcere. Gli studenti in particolare, che in questo caso sono gli spettatori. Ciò ha amareggiato gli addetti ai lavori, che sperano che la situazione possa cambiare: “Il problema - evidenzia Cavalli - è che il teatro si fa in due: con gli attori e con gli spettatori. Se viene meno lo spettatore, il teatro non c’è”.
La scelta fatta da chi si occupa delle prigioni - ovunque in Italia, da Asti a Saluzzo, fino a Bologna - sembra quella di ridurre lo spazio delle attività educative per i detenuti che hanno commesso reati più gravi. Viene lasciato in secondo piano il fatto che la maggioranza dei detenuti che partecipa a questo genere di attività non ha mai mostrato alcuna pericolosità nel corso dei laboratori, che si tratta di persone che cercano di salvarsi attraverso il teatro: “Siamo di fronte - aggiunge Cavalli - a una scelta di politica penitenziaria di cui non ravviso le ragioni. Posso capire che ci siano dei contesti in cui va ripristinata la sicurezza, ma garantisco che a Rebibbia non è mai accaduto niente di preoccupante”. Anzi, è accaduto il contrario: “Ho visto il tasso di recidiva abbassarsi dal 65% al 15%”. Significa che chi fa reato tendenzialmente torna di meno a delinquere, una volta uscito dal carcere.
Dietro questi numeri ci sono le persone. Cavalli ne ha conosciute 2mila dietro il muro di cinta di Rebibbia: “Quasi tutti sono tra i miei contatti di Facebook. A cadenza settimanale mi arriva, da persone diverse, lo stesso messaggio. Sono libero. Sono libero. Sono libero. Non è uno slogan. Vogliono farmi sapere che non sono più tornati dietro le sbarre”. Significa che mettersi nei panni di altri, scoprire sceneggiature, imparare testi teatrali non è puro esercizio di diletto. Non è neanche solo un modo per riempire le ore vuote della galera. Può essere una piccola rivoluzione per la persona e per la società. I cui effetti paradossalmente possono essere più dirompenti proprio tra i soggetti considerati più pericolosi. “Se una figura che era in passato considerata al vertice di un’organizzazione criminale capisce che non vale la pena di delinquere, che esiste un’altra prospettiva di futuro, che il teatro è meglio della pistola, fa bene alla società”.
Tante volte, nel corso del suo lavoro a Rebibbia, Cavalli ha visto con i suoi occhi la rivoluzione che il teatro porta nella vita dei detenuti: “Alcuni di loro - racconta - ora sono liberi, lavorano, fanno teatro con noi. Il regista elenca i nomi degli ex detenuti che con il teatro si sono salvati. E che ora sono attori professionisti: tra questi c’è Salvatore Striano, che interpretava Bruto in Cesare deve morire e che da allora non si è più fermato: “Dopo il carcere ben pochi, che io sappia, sono rientrati nei circuiti criminali. Tanti altri hanno abbracciato il teatro, che ora è il loro pane quotidiano. Altri invece lo praticano nel tempo libero”. A tutti il teatro ha dato qualcosa. Probabilmente più di ciò che si aspettavano quando hanno iniziato il percorso.
“Sa qual è stata la parte più difficile? Far comprendere loro qual è la libertà di cui parlava Bruto. La libertà all’interno della Repubblica. L’essere cittadino con gli altri. Non è così semplice ragionare in questi termini quando si è in carcere. Quando si anela alla propria libertà dalle sbarre, la visione democratica nel concetto di libertà non è scontata. Ma è quella che noi proviamo a proporre”. E quando si fatica a ragionare di Shakespeare, allora viene in aiuto la saggezza popolare: “Si passa dall’ognun per sé e Dio per tutti all’uno per tutti, tutti per uno. Le assicuro che in carcere tutto è fuorché una banalità”. La speranza di Cavalli è che non sia messa in pratica nessuna sospensione delle attività. E che, in generale, per usare le sue parole, che “ci sia un ravvedimento complessivo del modo in cui si interpreta la pena. E si smetta di vederla come retribuzione. O, peggio, come vendetta”.










