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di Gaia Vince*

La Stampa, 7 ottobre 2024

Lo Stato è un’invenzione. È uno strumento burocratico di governo per un territorio arbitrariamente definito; un artificio reso convincente attraverso una narrazione emotiva. Sebbene molti paesi dispongano di una storia della propria fondazione simbolica “al tempo dei tempi”, in realtà la stragrande maggioranza di essi esiste come entità indipendente solo da pochi decenni. Noi, i cittadini, siamo il risultato di millenni di migrazioni di cacciatori-raccoglitori ancestrali, pastori, agricoltori, mercanti, studenti, imprenditori; di colonizzatori e colonizzati; di genti che hanno invaso e che sono fuggite, che hanno fatto crociate, esplorato, peregrinato, organizzato tratte degli schiavi; di persone sradicate in seguito a guerre o partite per lavoro, per amore o in cerca di fortuna. L’intricata interconnessione della famiglia umana, la nostra somiglianza genetica, indica che in termini di biologia non esistono razze differenti. Ciascuno di noi può vantare ascendenze da tutto il mondo.

Tuttavia, la nostra politica è ossessionata dalle distinzioni basate sull’identità nazionale. Molte delle argomentazioni contro l’immigrazione si basano sull’idea che esista un’identità nazionale autentica, pura - il vero italiano -, da cui deriva che alcune persone sarebbero “a casa propria” e altre no. L’etno-nazionalismo è particolarmente evidente nei partiti di estrema destra, anche se per rendere il messaggio più accettabile l’”identità razziale” è stata sostituita con l’”identità culturale”. Tuttavia, il cordone che ci lega a una particolare terra - la nostra identità nazionale - non è innato; si basa su migrazioni recenti o antiche o sulla fortuita presenza della madre in un certo luogo al momento della nascita. Le nazioni si costruiscono legando assieme persone disparate e senza rapporti in una sorta di parentela, inventando storie in grado di ispirare un senso di comunità. Tali storie cambiano e si adattano per sostenere questa impressionante prova di cooperazione. Un ruolo importante è svolto dai leader, che sfruttano simili narrazioni per sostenere continuamente il progetto nazionale. È opportuno ricordarsene quando si considera il consenso, poco fondato dal punto di vista storico, che i partiti politici hanno formato intorno all’immigrazione, secondo cui si tratterebbe di un problema da contenere.

Con gli indici di natalità in caduta verticale e le economie stagnanti in tutta l’Ue, gli economisti concordano ampiamente sul fatto che una maggiore immigrazione sarà essenziale per mantenere gli attuali standard di vita. Senza la forza lavoro degli immigrati, settori come la sanità, l’edilizia, l’ingegneria, l’agricoltura, l’ospitalità e la logistica finiranno per collassare. Gran parte della transizione ecologica, ad esempio, dipende da settori industriali già alle prese con una carenza di manodopera.

L’invecchiamento progressivo della popolazione italiana sta portando a un crescente squilibrio del mercato del lavoro e a un conseguente aumento del carico fiscale, una tendenza destinata a sfociare in una crisi. Con l’indice di natalità più basso d’Europa, entro il 2030 due milioni di persone andranno in pensione senza che un numero corrispondente di nuovi lavoratori possa pagare le loro pensioni. Parallelamente, tuttavia, è chiaro che la migrazione, in particolare dal Sud verso il Nord del mondo, è inevitabile e tenderà ad aumentare man mano che la crisi climatica e la povertà spingeranno le persone ad abbandonare luoghi divenuti invivibili. Un onesto pragmatismo ci impone di gestire questo passaggio a beneficio di tutti, anziché negarlo o fingere di poterlo arrestare.

*Ricercatrice onoraria all’University College London, è stata ospite al Pianeta Terra Festival chiusosi ieri a Lucca