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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 23 maggio 2026

Alla vigilia dell’anniversario di Capaci, il capo dei pm di Caltanissetta De Luca torna sul dossier caro ai due giudici: “Furono isolati, poi le stragi”. Nell’anniversario della strage di Capaci puntuale come ogni anno si riaccende il ventilatore delle suggestioni. Un rito sempre redditizio. Quel connubio inscindibile tra sette pseudo-esoteriche, professionisti dell’antimafia da salotto e la solita paranza mediatica - Report in prima fila - che deve per forza venderti la favola comoda. La favola secondo cui quattro “contadinotti” con la coppola non avrebbero mai potuto fare tutto da soli. Serve il grande vecchio.

Serve il nero “er caccola”, i servizi segreti deviati, la Gladio sciolta da un pezzo, la CIA. Un vero e proprio terrapiattismo giudiziario che nutre un pubblico ormai abituato a tale narrazione. Perché la verità semplice, nuda e documentata ha un grande difetto: non fa ascolti. Non serve a fare sfilate apparentemente “contro potere” o a costruire carriere politiche su “processi del secolo” che poi finiscono regolarmente in fumo.

Ma il nastro della realtà gira da un’altra parte. E a rimetterlo in riga, ancora una volta, è la Procura di Caltanissetta. Il procuratore capo Salvatore De Luca, intervistato dalla Tgr Rai Sicilia, ha rilasciato dichiarazioni che pesano come macigni: “Sino ad adesso il filone mafia-appalti è quello che non ci ha sorpreso di più nella parte iniziale, perché, secondo me, in perfetta buona fede, molti dei magistrati che ci hanno preceduto non hanno ritenuto che ci fosse molto da scavare nei fascicoli della Procura di Caltanissetta, nei fascicoli della Procura di Palermo: stiamo parlando complessivamente di 400-500 faldoni. Noi riteniamo come ufficio che il filone mafia-appalti sia una delle concause della strage di via D’Amelio e cioè quella in danno di Paolo Borsellino della sua scorta. Ma riteniamo altresì che sia molto plausibile che abbia avuto una sua rilevanza anche nella strage di Capaci, cioè in danno di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e della scorta”.

Parole che smontano il castello di carte dei dietrologi. Non siamo di fronte all’ennesima pista esotica, ma a un’indagine concreta su come la gestione di quel dossier abbia creato le condizioni per le stragi. De Luca rincara la dose sull’isolamento dei due giudici: “Secondo la nostra ipotesi, emergono delle responsabilità oggettive nell’isolamento e nella sovraesposizione prima di Falcone e poi di Borsellino. È evidente che ciò crei grande imbarazzo in tutta la magistratura… Che un po’ si è manifestato anche recentemente nelle posizioni dell’Associazione nazionale magistrati, che è stata un po’ tiepida nel manifestare solidarietà nei confronti della famiglia Borsellino”. Un’accusa diretta, che chiama in causa l’inerzia di chi allora avrebbe dovuto scavare e non lo fece. E sull’altro versante, quello degli esecutori materiali, arriva la voce di chi quei documenti e quegli esplosivi li ha maneggiati davvero.

Onelio Dodero, per anni alla guida della Procura di Caltanissetta e oggi intervistato da Rita Pedditzi su RadioUno Rai, non usa giri di parole: “Sulla fase esecutiva e sulla fase organizzativa della strage di Capaci ritengo serenamente di poter concludere che non ci sono più dei buchi neri”. Poi spiega: “È stato provato che l’attentato è stato organizzato in modo artigianale, nel senso che Capaci non fu un attentato perfetto perché l’esplosione non fu franca e si usarono gli esplosivi che si avevano a disposizione: una buona parte portato dalla famiglia di San Giuseppe Iato, cioè da Brusca, e dall’altra parte il tritolo, portato dalla famiglia di Brancaccio, che andava a prenderlo dai pescatori di Palermo. Erano ordigni della Seconda guerra mondiale che rimanevano impigliati nelle reti. Per cui per la strage di Capaci fu utilizzato il Tritolo e il T4 contenuti in quattro ordigni. Cosa importante è che questo stesso tritolo venne utilizzato per tutte le altre stragi”.

Niente sofisticati esplosivi militari forniti da chissà quali poteri occulti, dunque. Ma tritolo e T4, in parte pescato in mare, residuati bellici di fortuna come “confessato” da Totò Riina intercettato al 41 bis. E sull’ipotesi del doppio cantiere, altra ossessione dei complottisti, Dodero è definitivo: “L’ipotesi del rafforzamento del cosiddetto cantiere non è assolutamente provata, anzi direi che è smentita dalle risultanze processuali”.

Il cerchio si chiude. Da una parte un procuratore in carica che indica la pista mafia-appalti come concausa delle stragi, dall’altra un ex procuratore che conferma la natura artigianale dell’attentato e l’assenza di buchi neri. Due tasselli che compongono un mosaico chiaro, troppo chiaro per chi campa di misteri. La verità è figlia del tempo, dicevano gli antichi. Ma a 34 anni da Capaci, il tempo delle favole è scaduto. Restano i fatti. E a dare fastidio sono i fatti che mettono allo scoperto l’isolamento interno, e quindi la sovraesposizione, di Falcone e Borsellino. Il resto è chiacchiera buona per i salotti televisivi o per manifestazioni che assomigliano sempre di più a un ritrovo tra fanatici religiosi.