di Linda Laura Sabbadini*
La Repubblica, 12 luglio 2022
Poveri lavoratori, poveri pensionati, poveri disoccupati. E soprattutto povere. Anche il Rapporto Inps, dopo quello Istat focalizza l’attenzione sul forte disagio che attraversa il Paese. C’è fame di welfare, dobbiamo capirlo e intervenire presto, prima che sia troppo tardi.
Parto da un dato che era presente nel Rapporto Istat e che è confermato in quello Inps. Il numero di lavoratori a basso salario, con retribuzione lorda annua inferiore a 12 mila euro o che ha una retribuzione oraria minore di 8,41 euro, è pari a 4 milioni 300 mila. Attenzione, ciò è dovuto solo in un terzo dei casi al fatto che la paga oraria è inferiore a 8,41. Nei due terzi dei casi è il numero di ore lavorate che è basso, il numero di mesi lavorati. Il che ha una conseguenza precisa. Il salario minimo non risolve da solo il problema delle disuguaglianze nelle retribuzioni. Deve essere affrontata la questione della precarietà, dell’intermittenza, del numero di mesi dei contratti e del numero di ore lavorate.
Ciò è ancora più evidente per le donne. Oltre ad un problema di discriminazione che si esprime in un minor salario femminile, a parità di altre condizioni, sulle donne pesa il fatto che svolgono lavori più precari e più a part time, soprattutto involontario e quindi cumulano discriminazione a bassa qualità del lavoro svolto. il differenziale tra uomini e donne “non condizionato”, nel periodo pre-pandemia, si aggirava intorno al 39%. Tenendo conto della bassa qualità del lavoro svolto
e di altre caratteristiche individuali e delle imprese il differenziale si riduceva al 15%. Ma nel 2020 la situazione peggiorava di nuovo e il differenziale di genere a parità degli altri fattori tornava al 25%, si incrementava di 10 punti. Il 2021 migliora ma si torna al livello del 2015. Quando sempre alto era.
Chi è povero lavorativamente oggi sarà un povero pensionisticamente domani. 16 milioni sono i pensionati. Il 40% ha percepito un reddito pensionistico lordo inferiore ai 12.000 euro. 8,3 milioni sono le donne. Ma pur essendo maggioranza percepiscono solo il 44% dei redditi pensionistici e cioè gli uomini hanno redditi del 37% più alti. L’Inps sottolinea che tra il 20% più povero dei pensionati (fino a 10.000 euro annui) la maggioranza, il 60%, percepisce una pensione di vecchiaia o anticipata dal Fondo Pensione Lavoratori Dipendenti. Cioè subisce il fatto di aver sperimentato la povertà lavorativa nel corso della sua vita. E anche in questo caso sono sempre le donne ad essere ripetutamente più penalizzate: perché ricordiamocelo, hanno lavorato meno a lungo, interrotto di più il lavoro nel corso della vita, specie in concomitanza con la nascita dei figli, con una paga oraria/settimanale inferiore a quella degli uomini.
Ma a proposito di anziani il Rapporto Istat ci ha ricordato che sono 6 milioni 400 mila quelli che non sono autonomi, anche se solo parzialmente. Di questi un terzo lamenta di non essere sufficientemente aiutato. Manca loro assistenza, non necessariamente sanitaria, anche solo sociale o psicologica.
Così come mancano le infrastrutture sociali per i bambini, e più in generale per alleviare il carico di cura sulle spalle delle donne. C’ è bisogno di rifondare il welfare nel nostro Paese. Profondamente. Dobbiamo capirlo una volta per tutte. È da questa carenza decennale strutturale che deriva il complesso delle disuguaglianze. È ora di aggredire questo vulnus storico italiano. E ora non c’è più tempo da perdere. È in gioco la tenuta sociale del Paese.
*Direttora del Dipartimento Metodi e Tecnologie Istat









