di Camilla Curcio
Il Sole 24 Ore, 6 novembre 2026
Guardare alla giustizia riparativa come a un’opportunità di ripartenza, cambiamento e inclusione non significa chiudere gli occhi davanti all’errore o cancellare la punizione ma provare a costruire un percorso di responsabilizzazione degli autori del reato, di riconoscimento delle vittime e di rafforzamento dei legami sociali. Questo è stato il leitmotiv del dibattito che ha animato l’incontro “Giustizia, riparazione e percorsi di autonomia”, organizzato da Fondazione Asilo Mariuccia e abbinato al conferimento dell’omonimo premio a Marta Cartabia. Alla giurista, ex ministra della Giustizia ed ex presidente della Corte costituzionale, è stato riconosciuto il grande impegno profuso - grazie alla sua ben nota riforma - nel sistematizzare un concetto esistente già in potenza nell’ordinamento italiano, grazie al dettato della Costituzione. E che, come ha ribadito Emanuela Baio, presidente della Fondazione, dà corpo all’importanza di “non fermarsi allo sbaglio o alla condizione di vulnerabilità, creando invece i presupposti affinché ciascuno possa ritrovare fiducia in sé stesso”.
Non è un elemento di novità: si sta facendo spazio nelle aule dei tribunali ma pesca dalla cultura antica, attraversa l’opera di Dante Alighieri, e arriva fino ai giorni nostri. “La giustizia riparativa esce dalla logica di azione e reazione per allinearsi, invece, al bisogno di ricostruzione. Si potrebbe parlare quasi di “giustizia rigenerativa”, ha commentato Cartabia nella sua lectio magistralis. “Soprattutto con i giovani, non è con la paura, né con l’inasprimento delle pene che si ottiene il cambiamento ma con strumenti che possano diventare porta verso un futuro diverso e il tentativo di capire le motivazioni dietro ai loro gesti”.
Un’idea, quella della riparazione, che nelle parole di Cartabia non è contraddizione ma complemento al bisogno di giustizia e prende la forma di “un percorso che mette al centro la responsabilità di chi ha commesso l’illecito, il dolore della vittima e la possibilità, per entrambi, di liberarsi da una gabbia. Un tracciato pieno di ostacoli, tornanti, passi indietro ma proiettato a restituire una prospettiva a chi rischia di chiudersi in un presente che può diventare orizzonte di vita”.
Diventare valore per la società - Perché reinserirsi e ripartire da zero passa da uno scontro con la realtà, non dalla dimenticanza o dalla rimozione. E dalla possibilità di rincorrere una nuova vita: “Riparare significa guardare in faccia il male che si è fatto, non è una protezione”, ha insistito Chiara Valcepina, vicepresidente della Commissione programmazione e bilancio della Regione Lombardia. “Bisogna certamente riconoscere la sanzione ma vanno create le premesse affinché la persona “colpevole” possa diventare valore per la società. Il reinserimento non è buonismo ma una chiara politica di coesione sociale. E chi viene lasciato indietro, chi viene abbandonato finisce poi, quasi inevitabilmente, per creare un problema di sicurezza alla comunità, perché torna a delinquere”.
In questo senso, negli ultimi anni, Regione Lombardia è stata un prezioso stakeholder, spingendo una politica di progetti sociali, incentivi fiscali e premialità nati per incentivare l’inserimento lavorativo e intervenire sulle disuguaglianze. Una missione che, soprattutto nelle grandi metropoli, è diventata quanto mai urgente. “Da quindici, vent’anni a questa parte le città sono diventate luoghi di grandi contraddizioni e, per contrastarle, non si può fare più solo affidamento sull’incremento del budget per il welfare”, ha evidenziato Lamberto Bertolé, assessore al Welfare e salute del Comune di Milano. “Occorre una corresponsabilità della città per affrontare le fragilità. E, soprattutto alle nuove generazioni, dobbiamo risposte efficaci: hanno diritto a non essere infantilizzati e a essere coscienti, quando commettono un reato, di aver commesso un reato. Ma contemporaneamente devono sapere di poter ricominciare da lì per cambiare. Su questi temi, tuttavia, il dibattito pubblico rischia di far fare grossi danni”.
Imparare a raccontare i giovani - Il dialogo sulla giustizia riparativa interseca inevitabilmente il tema del disagio giovanile. E fa tornare indietro ai fatti di Milano dello scorso ottobre. “Siamo in una fase storica in cui i ragazzi sentono di poter avere l’attenzione degli adulti solo se generano allarme”, ha chiosato Paolo Tartaglione, pedagogista e presidente di Arimo Cooperativa sociale. “E, in generale, si riscontra quasi una scarsa sopportazione della società nei loro confronti, che li dipinge o come inetti o come violenti. È necessario, quindi, come mai prima d’ora, cambiarne il racconto, aiutarli a generare fiducia nelle persone più grandi e a immaginare un futuro dove poter costruire una vita”.
Il ruolo del Terzo settore - In questo solco, e in un contesto sociale dove - come sottolineato da Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano - “il senso della giustizia è sempre più alterato perché spostato sul piano della punizione e si fa fatica a far capire l’estrema utilità delle misure alternative per limitare la recidiva e mirare alla rieducazione”, il ruolo del Terzo settore è fondamentale. E investire sulla formazione degli operatori necessario. “Oltre alle risorse economiche, agli interventi normativi e alla sinergia con le istituzioni, serve formare operatori in grado di affiancare chi sceglie di intraprendere la strada della giustizia riparativa”, ha chiuso Cartabia. “Educatori e mediatori che siano capaci di decodificare i comportamenti che hanno portato al reato”.









