di Cataldo Intrieri
Il Domani, 3 maggio 2025
Se le leggi riflettono lo spirito del tempo e la psicologia della politica il messaggio sotteso all’idea del decreto non è semplicemente quello di suggerire una reazione decisa al crimine quanto quello di incutere timore. Scrive lo storico statunitense Timothy Snyder che “gran parte del potere dell’autoritarismo è ceduto volontariamente. In tempi come questi, le persone anticipano ciò che un governo più repressivo vorrà, e si offrono spontaneamente, senza che venga loro chiesto. Un cittadino che si adatta in questo modo sta insegnando al potere ciò che può fare”. Non ce ne accorgiamo ma progressivamente, non solo nell’America di Donald Trump ma anche nell’Italia governata da Giorgia Meloni, anche se può sembrare impercettibilmente, si restringono spazi importanti di libertà.
Il ricorso pretestuoso alla decretazione d’urgenza col trasferimento del potere di legiferare dal parlamento al governo è un vecchio vizio di cui si sono macchiati diversi governi di ogni colore nella storia del paese ma mai sino a giungere al punto massimo di torsione del governo Meloni coll’ennesima, ultima versione del “decreto sicurezza”.
Disposizioni repressive - Come scrivono le camere penali che hanno ancora indetto un’ulteriore astensione di protesta degli avvocati “peggio del disegno di legge sulla sicurezza c’è solo il decreto legge sicurezza” con cui Meloni ha deciso di rendere immediatamente esecutive una serie disorganica di disposizioni repressive che introducono 14 nuovi reati ed inaspriscono le pene per quelli già esistenti. Alcune norme sono semplicemente insensate come quella che aggrava le sanzioni per tutti i reati se commessi in prossimità di determinati luoghi pubblici come se una truffa in stazione fosse più grave di una a domicilio.
Altre tendono ad incidere addirittura su diritti acquisiti e dati per scontati come quello di manifestare il proprio dissenso in pubbliche manifestazioni o di protestare contro condizioni di detenzione degradanti, financo di poter circolare liberamente nei centri cittadini solo per il fatto di essere denunciati e ad insindacabile scelta delle autorità di sicurezza
Ulteriori disposizioni sono destinate ad allargare i poteri di intervento e repressione delle forze dell’ordine. Se poi taluno volesse minimizzare, basterebbe il manifesto sottoscritto da circa 250 costituzionalisti, capitanati da tre ex presidenti e due vicepresidenti della Consulta non certo tutti eversori emuli dei fasti di Toni Negri, per capire la gravità del momento caratterizzato da “torsione securitaria dell’ordine pubblico, limitazione del dissenso, accento posto prevalentemente sull’autorità e sulla repressione piuttosto che sulla libertà e sui diritti rappresentano le costanti di questi interventi”.
Intimidire - Se le leggi riflettono lo spirito del tempo e la psicologia della politica dietro il messaggio sotteso all’idea del decreto non è semplicemente quello di suggerire una reazione decisa al crimine quanto quello di incutere timore. Ciò che è capitato alla commerciante di Ascoli, “colpevole” di aver esposto un innocuo striscione inneggiante alla resistenza non è casuale, bisognerebbe chiedersi cosa ha spinto la polizia ad accedere per due volte nell’esercizio se non la convinzione di poter fare ciò che in tempi ordinari sarebbe un sopruso.
La risposta è che non è un caso: non è una pura coincidenza che le politiche sull’immigrazione in Usa e in Italia e purtroppo anche in Europa siano le stesse così come il ricorso alla decretazione di urgenza con le modalità adottate per il decreto sicurezza ricordano sinistramente i famigerati “ordini esecutivi” con cui Donald Trump ha colpito università, avvocati, studenti, associazioni che hanno l’unico torto di dissentire. Ecco non è un caso che decreti sicurezza ed ordini esecutivi abbiano lo stesso bersaglio da colpire incutendo timore: la libertà di dire semplicemente no.











