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di Vittorio Pelligra

Il Sole 24 Ore, 15 giugno 2025

Habermas: la giustizia, nella sua forma più profonda, è semplicemente questo: il risultato migliore che possiamo ottenere parlando insieme, onestamente, pubblicamente, responsabilmente. Cosa rende giusta una legge? È una questione di sostanza o di procedura? Di volontà popolare, o di diritti universali? Sono questi alcuni dei temi su cui riflette Jürgen Habermas nel suo Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia (Laterza, 2013), un’opera che, in un tempo in cui le istituzioni democratiche appaiono svuotate e le procedure ridotte a formalità, rappresenta un contributo decisivo per rifondare il significato stesso che il termine “giustizia” dovrebbe avere in una società complessa. Non una giustizia che ci viene data, ma una giustizia che va conquistata, con le parole, quelle pronunciate e quelle ascoltate.

Il diritto moderno - spiega Habermas - riceve la sua legittimità non tanto dalla tradizione o dalla religione, come in un passato non troppo distante, ma dall’articolazione di un discorso pubblico che può essere razionalmente giustificato. In queste parole si condensa il cuore teorico di un tentativo ambizioso: la costruzione di una teoria discorsiva del diritto e della democrazia. Un tentativo originale che si differenzia sensibilmente dal positivismo giuridico così come dal giusnaturalismo. Habermas percorre una via nuova, quella che cerca la legittimazione delle norme nell’assenso dei cittadini attraverso un processo di deliberazione pubblica e inclusiva. Perché, secondo il filosofo tedesco, la tensione tra “fatti” e “norme”, cioè tra la fattualità del diritto rappresentata da istituzioni coercitive e la sua validità, la sua accettabilità e legittimità a prescindere dalla coercitività, ebbene tale tensione non può risolversi con l’autoritarismo, ma deve radicarsi e fiorisce nel dialogo pubblico. “I soggetti giuridici privati non possono giungere a godere di eguali libertà soggettive se prima - esercitando in comune la loro autonomia politica - non avranno personalmente chiarito criteri e interessi legittimi, e non si saranno accordati circa gli aspetti rilevanti con cui trattare l’eguale in modo eguale e il diseguale in modo diseguale”.

La giustizia, in questa prospettiva - ne abbiamo parlato nei Mind the Economy delle settimane scorse - appare quindi come un percorso e non un punto di partenza. È un processo intersoggettivo in cui continuamente le norme che regolano la nostra convivenza vengono negoziate, ridefinite, rilegittimate.

Una delle intuizioni più potenti di Fatti e norme è la tesi della co-originarietà tra diritti umani e sovranità popolare. Non si tratta di subordinare il legislatore a un ordine morale immutabile, né di svincolare i diritti dalla deliberazione democratica. Habermas rifugge dalla contrapposizione tra giusnaturalismo e positivismo, proponendo invece un principio dinamico. È convinto, infatti, che “I due princìpi (diritti dell’uomo e sovranità popolare) [siano] co-originari. [...] I diritti umani non vanno più visti come datità morali preesistenti, bensì come diritti fondamentali ben costruiti, suscettibili (in un discorso pratico) di trovare l’approvazione di tutti i potenziali interessati”. Questa co-originarietà implica che i diritti fondamentali siano il prodotto di un discorso pratico tra cittadini ragionevoli e liberi. Non sono concessioni dall’alto, né si pongono come verità immutabili. Sono, piuttosto, conquiste discorsive, risultati, cioè, di una volontà collettiva che si riconosce nella legge.

La democrazia è per Habermas molto più di una sequenza di voti o di un algoritmo decisionale. È piuttosto una forma di vita comunicativa, fondata sulla capacità di parlare, ascoltare, argomentare, dissentire. “Solo quando deriva dall’aver partecipato a una prassi comune - ossia, solo se nasce dal pubblico processo di una formazione-di-volontà poggiante sulla libera dinamica di opinioni, argomenti e prese di posizione - il voto acquista il peso istituzionale che spetta alle decisioni di ogni co-legislatore”. In questa visione, la sovranità popolare non si esaurisce nell’atto elettorale, ma si esercita in una molteplicità di pratiche discorsive: nel dibattito parlamentare, nella partecipazione civica, nella protesta argomentata, nell’opinione pubblica informata. La giustizia, allora, non si trova solo nella coerenza delle norme, quanto nella possibilità che queste emergano da un processo comunicativo inclusivo e trasparente.

Ma come garantire, in una società pluralistica e complessa, che questo dialogo sia possibile? Habermas affida questa funzione alle istituzioni: esse non sono solo strumenti di comando, ma “architetture della comunicazione”. “Le aspettative gravanti sulla politica deliberativa - scrive ancora Habermas - possono essere soddisfatte solo attraverso una sorta di divisione del lavoro, vale a dire attraverso una interazione, o gioco di scambio, tra le comunicazioni informali di massa e i processi consultivi e decisionali giuridicamente istituzionalizzati nello Stato”. Parlamenti, tribunali, media pubblici, piattaforme civiche sono tutti strumenti necessari per rendere reale la partecipazione discorsiva. La giustizia richiede spazi aperti, regole condivise, tempo per il confronto. In assenza di queste condizioni, la deliberazione degenera in manipolazione, e la democrazia diventa facciata.

“Soltanto una cittadinanza riflessiva - che collega ragionevolmente deliberazione, inclusione e decisione - può produrre diritto legittimo a partire dall’anarchia delle opinioni soggettive”.

Nel cuore dell’architettura teorica di Fatti e norme, il capitolo secondo rappresenta il crocevia dove si incontrano scuole, maestri e paradigmi. “Sociologie del diritto e filosofie della giustizia” è il luogo nel quale Habermas esplora alcuni tra i territori più contesi del pensiero moderno provando ad unire l’astrazione delle idee normative con la descrizione dei fatti sociali. Il discorso prende le mosse con una diagnosi secondo cui la modernità ha separato le due anime del diritto. Le sociologie, con il loro “disincantamento”, ci raccontano cosa fa il diritto, ma hanno smesso di chiedersi cosa dovrebbe essere. Le filosofie della giustizia, al contrario, sognano un diritto giusto, ma ignorano le forme concrete che la giustizia acquisisce nel corpo nelle istituzioni, i suoi conflitti, i compromessi. È come se il diritto fosse diventato orfano: la sociologia gli ha tolto la voce morale, la filosofia gli ha tolto il corpo sociale.

Habermas rifiuta questa scissione e reclama una nuova alleanza: una teoria capace di restituire al diritto la sua doppia anima, fattuale e normativa. Nella prima parte del capitolo le grandi “sociologie del diritto” vengono passate in rassegna. La posizione di Max Weber lo affascina e, al tempo stesso, lo inquieta. Il diritto moderno, in lui, appare come razionalità formale al servizio di una burocrazia impersonale. L’efficienza diventa destino, e la giustizia si dissolve in procedure. “Weber - scrive Habermas - strumentalizza così completamente il diritto moderno al dominio funzionale e burocratico dell’apparato statale, da non poter più prendere in considerazione l’autonoma funzione d’integrazione sociale che gli è propria”. Con Durkheim, invece, il diritto diventa un insieme di meccanismi di integrazione. Ma Habermas fa notare come questa visione tenda a trasformare la norma giuridica in un semplice riflesso dell’ordine sociale. Il diritto non è più uno spazio di libertà, ma un processo di adattamento. Infine, incontriamo l’analisi della posizione di Niklas Luhmann che teorizza il diritto come sistema autoreferenziale. Una macchina che comunica con sé stessa, del tutto svincolata dalla voce dei cittadini. È la distopia perfetta del formalismo: legittimità senza legame, coerenza senza coscienza.

Habermas, reagisce. Egli vuole riaprire il “sistema” al “mondo della vita”. Il diritto deve restare dialogico, non diventare “un sistema chiuso al dissenso”. Non si tratta di rispolverare essenze eterne, ma di ripensare la giustizia come risultato di un discorso pratico tra soggetti liberi. “Questa resurrezione del diritto naturale ha fatto crollare i ponti di collegamento tra i due universi di discorso. Tanto che vediamo ripresentarsi, all’interno del discorso normativo, persino quella domanda sull’impotenza del ‘dover essere’ che già aveva spinto Hegel a studiare Adam Smith e Ricardo al fine d’includere anche i conflitti mercantili della società borghese quale momento effettivo dell’idea etica. Anche l’interesse di John Rawls per le condizioni che potrebbero indurre all’accettazione politica della sua teoria della giustizia - scrive ancora Habermas - segnala il ritorno d’un problema rimosso. Il problema è sempre lo stesso: come sia possibile realizzare il progetto razionale di una società giusta, che non si contrapponga soltanto in maniera astratta e velleitaria all’ottusa realtà”. Ora, però, non c’è più nessuna fiducia nella dialettica ragione/rivoluzione messa in scena da Hegel e Marx nei termini d’una filosofia della storia: l’unica via praticamente percorribile, e moralmente ragionevole, resta quella riformistica, sprovvista di garanzie a priori”. Habermas riconosce che la normatività non può essere imposta dall’alto, ma neanche lasciata cadere nel relativismo. La chiave è il discorso: la giustizia nasce solo quando le norme possono trovare l’assenso di tutti gli interessati. Una democrazia non vive senza questo scambio continuo tra il “noi” e l’”io”, tra il potere e la parola.

Alla fine del capitolo, Habermas presenta la sua proposta: un modello che ricostruisce normativamente il senso del diritto moderno. Non come “comando del sovrano”, né come “specchio della società”, ma come medium che istituzionalizza i risultati di un discorso pubblico. Habermas non inventa un altro mondo: ricostruisce, dà forma e coerenza a ciò che, nelle migliori esperienze democratiche, è già presente. La sua filosofia è un atto di fedeltà e insieme di speranza. È l’invito a un atto umile e difficile: parlare insieme. Costruire il diritto come forma della ragione pubblica, come dispositivo che trasforma le promesse in istituzioni. Perché la giustizia non ci viene incontro, va cercata, voluta, discussa. E se possibile, votata. In questo senso la democrazia, allora, non è il potere della maggioranza, ma il potere del discorso. E la giustizia, nella sua forma più profonda, è semplicemente questo: il risultato migliore che possiamo ottenere parlando insieme, onestamente, pubblicamente, responsabilmente.