di Alessandro De Angelis
La Stampa, 28 settembre 2025
L’ex presidente della Camera: “La Flotilla dovrebbe fermarsi per evitare rischi? La discussione, così posta, rovescia le responsabilità. Il problema non è la Flotilla ma Israele. E le rovescia per una ragione semplice: quella missione rappresenta la rottura di un canone anche piuttosto ipocrita. Sanzioni, rottura degli accordi commerciali, alcuni neanche il riconoscimento dello Stato di Palestina. Non c’è corrispondenza tra condanna e azione. Al massimo è consentito l’obiettivo caritatevole degli aiuti o l’invio, sacrosanto, di una fregata. Ma siamo sempre sotto il livello necessario, che implicherebbe uno scontro, ovviamente politico, con Israele. Dentro questa missione c’è dunque una supplenza verso una politica che ha disertato”.
Perché andare avanti rischiando la vita?
“Anche qui si rovesciano le responsabilità. L’atto illegale sarebbe quello di Israele, perché davanti a Gaza le acque non sono di Israele e i blocchi navali si sospendono a davanti a interventi umanitari. Domando: perché il governo italiano non convoca l’ambasciatore intimando che un eventuale incidente avrebbe conseguenze senza precedenti nei rapporti tra i nostri Paesi? “
Le ricordo che quel governo ha bombardato Doha dopo aver chiesto la mediazione del Qatar. Insisto: perché rischiare per un atto dimostrativo?
“Come spesso accade in azioni non violente, ci si può trovare a un bivio che propone scelte drammatiche. Per questa ragione la decisione non può che essere presa dagli attori della scelta non violenta. Noi possiamo soltanto sperare che una giusta causa non debba esporre a rischi chi la sostiene”.
La Flotilla ha già raggiunto un doppio obiettivo: gli aiuti via Cei e una grande legittimazione politica. Non basta?
“Comprendo il ragionamento che attiene alla ragion politica. E tuttavia comprendo anche che la natura profonda dell’impresa è proprio il suo essere in contraddizione con la ragion politica tradizionale. Perché si dà un obiettivo ad essa superiore. Qui ed ora dovrebbe entrare in campo la politica, chiamata a rispondere alla domanda: come si abbatte quel muro di ingiustizia e inumanità?
Cosa ci raccontano le manifestazioni per Gaza?
“Una doppia novità. Sono grandi manifestazioni di una nuova generazione politica, la generazione Gaza. E il processo è prevalentemente spontaneo, altra differenza rispetto al passato”.
A quando cioè il conflitto, in Italia, era organizzato dai grandi partiti e dai grandi sindacati...
“Esattamente. Anche l’ultimo grande movimento “altermondista” degli anni Duemila aveva un’organizzazione con strutture nei singoli Paesi. Qui non c’è una centrale o un soggetto. Il movimento è carsico: si costruisce, si dissolve, si ricostruisce”.
Però c’è anche il tema degli episodi di violenza come ieri a Torino...
“Che richiedono una condanna e una critica radicale proprio perché non hanno nulla a che fare col movimento”.
Vede una novità anche in questa violenza?
“Sì. C’è stato un momento in cui le forme “tollerabili” di violenza erano promosse da forza interne alla manifestazione, tanto è vero che i servizi d’ordine le bloccavano. Poi c’è quello in cui l’elemento esterno ha strumentalizzato il rapporto col movimento, pur non essendoci dentro: i black block a Genova per intenderci. Ora proprio il carattere limitato degli episodi dimostra che i violenti sono un corpo del tutto estraneo al movimento”.
Perché la miccia si accende su Gaza e non prima, ad esempio, sull’Ucraina?
“Quell’altra tragedia viene percepita come un conflitto classico invasore-invaso. Qui il motore non è il giudizio politico, ma l’indignazione. Pietro Ingrao, che viveva una dinamica tradizionale di conflitto, diceva: “Non basta l’indignazione”. Adesso è l’indignazione ad accendere una generazione che si costruisce sulle immagini di Gaza, sull’emotività e sul vuoto della grande politica”.
È solo sdegno morale o c’è una dimensione politica?
“A domanda novecentesca rispondo col Novecento. Questi giovani non sono Jean-Paul Sartre, che aveva una dimensione politica. Quando gli chiesero perché non denunciava l’Urss, rispose: per non far disperare gli operai. Sono Albert Camus dell’uomo in rivolta. La rivolta dello spirito con cui si resiste all’aria del tempo”.
Una manifestazione imponente indetta dai sindacati di base. Per la Cgil è una batosta?
“Non c’è dubbio che in quelle piazze si è manifestato uno spiazzamento. Protagonista non è stata la Cgil, pur essendo un sindacato con un peso e una storia di battaglie anche per la pace”.
Come se lo si spiega?
“Con una società divisa tra l’alto e il basso. Chi sta nell’alto, luogo della rappresentanza ufficiale, sia pur nelle differenze tra destra e sinistra, è pervaso da uno stesso linguaggio, che impedisce di pescare nel mondo di sotto. Chi, invece, come i sindacati di base, non è inserito nel meccanismo delle compatibilità è più in grado di essere permeato”.
Quindi quelle piazze percepiscono la sinistra come “istituzione”?
“E infatti sinistra e sindacato non le hanno vista arrivare. Questa generazione è stata letta per mesi come una generazione di indifferenti. Poi gli stessi diventano i protagonisti di un movimento con un successo di partecipazione”.
La dinamica assomiglia al “blocchiamo tutti” o agli scioperi contro Macron, o no?
“Proprio così. E, con le debite differenze di merito e di parole d’ordine, ai gilet gialli. Anche lì la Sgt fu interna al movimento perché meno istituzione dei sindacati italiani. In “Blocchiamo tutto” non sappiamo neanche chi è il soggetto che ha promosso il movimento”.
Morale?
“Siamo di fronte alla rottura del canone. Da un lato la Flottila, dall’altro le piazze per Gaza. Con una differenza tra destra e sinistra. La destra, forte nel mondo di sopra, se la gioca col riflesso d’ordine, aggravato da una svolta trumpiana nella destra italiana. La sinistra politica è debole in quanto prigioniera della sua dimensione istituzionale. Sta con la Flotilla e con le manifestazioni, ma ci sta da “avvocato difensore” e non da protagonista”.
Quindi è un’altra storia rispetto a movimenti che trovano uno sbocco politico, anche nel rapporto con i partiti?
“Dico una cosa blasfema: lo sbocco politico non è all’ordine del giorno. “Blocchiamo tutto” è blocchiamo tutto. Nella rottura si manifesta la politica. Lo sbocco, per questo movimento, è rappresentato dall’atto in sé e dalla crescita fino al raggiungimento della sua potenza”.
E la sinistra?
“Dovrebbe fare un atto di umiltà. Dire: ho fallito, proviamo a leggere dentro questo movimento quali sono le istanze, autoriformarsi e costruire, essa sì, uno sbocco politico”.











