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di Alberto Piccinini

Il Manifesto, 28 dicembre 2025

La sociologia giovanile è sempre discutibile, ma questa nuova ossessione rappresenta bene la nevrosi tipica dell’era dei social. Bufale razziste e dicerie riempiono poi talk show e giornali conservatori. “Il maranza è il nuovo cocco degli intellettuali marxisti”, titolo de Il Giornale l’altra settimana. Fa ridere. Abbastanza. Potremmo scriverlo su ognuna di queste pagine come una fascetta promozionale. Che esistano davvero dei maranza è discutibile, come sempre è stata discutibile la sociologia giovanile (su teddy boys, punks e ravers prima di loro). Che esistano “intellettuali marxisti” è fantascientifico, lasciatecelo dire. E come ho letto non so dove: “Preoccupa l’alleanza / tra Aska e i maranza”, bella rima. L’ossessione maranza dice pochissimo dei maranza stessi, rappresenta invece perfettamente la nevrosi fantasmatica che pervade la destra di era social. O soltanto la loro propaganda. (Mica ci crederanno davvero alle cazzate che sparano a ripetizione i loro giornali, i talk show, e i loro bot coreani?)

“La Brianza è accerchiata. Da Carnate parte verso Monza il convoglio dei maranza. Canne fumate nei vagoni e bagni devastati. Anche il veneto rischia di capitolare”, Panorama di quindici giorni fa. “Italia sotto assedio”, irresistibile il mix di cattiva psicologia sociale, giornalismo disonesto, bignamismo goebbelsiano. Così deja vu, oltretutto. “A Legnago sono entrati in sella alle loro biciclette per bestemmiare durante la messa”. Colpa della società? Disagio delle periferie? Basta con questo buonismo. A Milano non si può uscire dopo le sei di sera. La Lega annuncia una legge anti-Maranza. Come funziona? Funziona che per avere la cittadinanza devi fare un esame, e se delinqui la cittadinanza te la tolgo, perché non-sarai-mai-come-noi. Per farsi pubblicità usano sui social una figurina della serie Stranger Thing, maranza horror, ignari delle implicazioni profonde della figura dello zombie.

Una volta, quasi ci si vergogna a ricordarlo di questi tempi, Pierpaolo Pasolini commentò un convegno sui teddy boys discutendo soltanto gli interventi degli esperti: “Tanta presunzione pedagogica, tanta cecità reazionaria, tanto sciocco paternalismo, tanta superficiale visione dei valori, tanto represso sadismo, non possono che giustificare l’esistenza, in molte città italiane, di una gioventù insofferente e incattivita”.

A differenza dei loro predecessori, teddy, punk eccetera radicati nell’angst giovanile piccolo borghese, i maranza sono razzializzati. Altra parola nuova per noi, nonostante i trent’anni e più di flussi migratori nel nostro paese. Vorrà pur dire qualcosa. Mentre nell’Inghilterra degli anni ‘50 i giovani immigrati dalle West Indies si prendevano a mazzate coi loro coetanei bianchi, il lavoro sporco da noi lo fa per lo più la televisione. È una società anziana, del resto. Continue spiegazioni su cosa sia maranza e perché. Etimologie fantastiche: zanza, marocco, maranza. Nell’infinita recita dei talk show di Rete4, continua apparizione in studio di maranza reclutati da autori col pelo sullo stomaco: “Tute acetate con bande lateriali, Nike TN, piumini lucidi smanicati, cappellino Gucci” (Panorama), pagati qualche centinaia di euro, soltanto per giustificare il livore di maranza involontari come la leghista Silvia Sardone, il conduttore Del Debbio, il giustiziere Cicalone. Non il contrario.

Elemento di modernità indubbio è questa promiscuità. Mai prima d’ora avevamo assistito al confronto diretto, spiccio, talvolta manesco, tra i folk devil e le brave persone, tipo videogioco. Nei programmi di Mario Giordano le inviate spalleggiate da bodyguard energumeni (fuori campo) vanno a farsi tirare le bottiglie per la strada. La recita è razzista a livelli Mondo Cane. Il fantasma della voce fuori campo di Oriana Fallaci.

Il Taharrush Gamea, nome col quale si definirono le molestie sessuali dei poliziotti sulle ragazze a piazza Tahir nei giorni della primavera araba, poi le violenze collettiva a Colonia il Capodanno di dieci anni fa, è diventato nella propaganda tv di destra un rituale accertato di invasione maranza: mori saraceni in piazza del Duomo a Milano, la notte di Capodanno. Molestie vere, presunte, testimonianze, bufale totali, fantasie sessuali, paure razziste, grida di “Vaffanculo Italia” come testimonierebbero filmati e riprese “real” di traballante e difficile comprensione. Ma soprattutto una patina antropologica, millenaria, di casa mia/casa tua, altra ossessione da bar in questi tempi terribili.

Lascio la trap per ultima, perché molte parte della musica che ascoltiamo noi, i nostri figli e i nostri nipoti si nutre di questo immaginario: Simba e Baby Gang, il ghetto, l’illegalità, i macchinoni, il farcela da soli, farcela a tutti i costi, i soldi, la mamma, ti compro la borsetta, ti compro tutto, spaccio, Gucci, scappo dalla polizia - come Ramy Elgaml, martire dei maranza, speronato da una volante dopo un inseguimento videogioco (il nostro Rodney King?).

Il paradosso non è che si raccontino storie così. Il paradosso è che la destra abiti ormai stabilmente l’immaginario della trap, chiedendo pugno di ferro, galera, remigrazione. Se i maranza sono una creatura della trap, prima che delle periferie, anche la destra sarà una creatura della trap? Dopo aver conosciuto due teddy boys milanesi, Pier Paolo Pasolini se li portò a Roma per scrivere una sceneggiatura (La Nebbiosa) sulla Milano notturna e crudele di allora. Insieme, frequentarono amici scrittori e borgate. I giornali reazionari (Il Tempo, Il Borghese), nonni dei nostri, commentarono alla loro maniera le foto che ritraevano lo strano terzetto: PPP, Il Lobo e il Gimkana in giro per la città.