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di Cicola Bianchi

Il Resto del Carlino, 21 settembre 2025

L’ex questore: “La polizia deve saper chiedere scusa”. Il 6 luglio 2009 la firma sulla prima sentenza di condanna per la morte di Federico Aldrovandi, 3 anni e 6 mesi filati fino alla Cassazione, fu del giudice Francesco Maria Caruso. Lui, ieri in Sala Estense, uno dei protagonisti dell’evento organizzato da Associazione stampa Ferrara e Aser: “Federico Aldrovandi, 20 anni dopo”. Un momento di riflessione con i protagonisti che seguirono la tragica vicenda accaduta in via Ippodromo 2005, con le parole giustizia, pena, polizia, rumore, città e piazza che hanno fatto da filo conduttore.

“L’arresto di un individuo fuori controllo - ha proseguito Caruso - deve avvenire in modo incruento o aspettare le condizioni opportune. Queste le regole dell’arte”. Da Aldrovandi in poi, ricorda il giudice di Aemilia e della Strage di Bologna, “tutti i casi furono italiani, di famiglie che hanno trovato la forza di portarle in pubblico. Cosa sarebbe avvenuto se in una di queste tragedie ci fosse stato uno degli ultimi?

Basta solo porre la domanda per immaginare scenari terrificanti”. Tocca a Francesco Maisto, il presidente del Tribunale di sorveglianza che rigettò i domiciliari e ordinò il carcere per gli agenti per un reato colposo: “Non riscontrammo - così in video collegamento - le condizioni per una misura alternativa alla detenzione per la mancata comprensione della gravità della condotta, la mancata autocritica, nessun gesto simbolico nei confronti della vittima e dei familiari. Fatti che per noi apparvero integrati nel crimine di tortura” (all’epoca non presente nel codice penale).

Prima ancora dei processi, un grande lavoro venne fatto da Luigi Savina, il questore spedito in fretta e furia a Ferrara dall’allora ministro Amato per riportare serenità tra polizia, famiglia Aldrovandi e città. “Non esiste un aggettivo per definire chi ha perso un figlio, la mente umana rifiuta una cosa così terribile”.

Il futuro numero due della polizia italiana, incontrò la famiglia e gli indagati, si mise in testa alla manifestazione organizzata dal Comitato per Aldro chiedendo a tutti di onorare la memoria di Federico, senza tafferugli e rabbia. Vinse lui. E mentre ciò accadeva, in questura fece svuotare gli armadi con brogliacci e manganelli rotti. “Trasparenza, lealtà, chiarezza - ha aggiunto - perché una polizia è autorevole se è credibile e sa chiedere scusa”.

È la volta dell’avvocato, ed ex sindaco, Tiziano Tagliani, che portò Anne Marie Tsague, teste chiave, in Procura: “Lei è la prima ferrarese, e tolgo le virgolette, a parlare e non ce ne saranno altri. Prima di allora non c’erano manganelli rotti, trascrizioni delle due volanti, brogliacci modificati. Da lei è partita la verità”. Poi l’attacco alla politica, “alla sua strumentalizzazione del caso”, allo scontro con “un sindacato di polizia che venne a manifestare sotto le finestre del Comune”, al muso contro muso con un europarlamentare.

“Si è fatto tanto in questi 20 anni ma sullo sfondo è restata un’ombra”. “La stampa - ha chiuso commosso Andrea Boldrini, amico di Aldro, l’ultima sera con lui, e portavoce del Comitato - è stata fondamentale come lo sono state le persone che hanno fatto la differenza. Tutti assieme dobbiamo impegnarci perché non sia una sola polizia o un Governo a cambiare la società”.