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di Benedetta Moro

Corriere della Sera, 10 settembre 2026

Il giudice Fabio Roia e l’iniziativa del Corriere: “Bene le idee dei lettori. I modelli? La Spagna ha investito un miliardo di euro in un piano antiviolenza”. Femminicidi e, più in generale, violenza contro le donne. Cosa si può fare ancora per prevenirli? È la domanda che abbiamo rivolto a lettrici e lettori del Corriere. In pochi giorni sono arrivate 1.600 proposte, e continuano ad arrivare. Abbiamo selezionato le prime 23 per sottoporle a esperti e capire quali possano essere percorribili. A ragionare sulla loro concreta applicabilità è Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, magistrato da anni impegnato sui temi della violenza di genere.

Cosa fare contro i femminicidi? Le proposte dei lettori

Giudice, da quale proposta iniziamo tra le 23 che abbiamo selezionato e pubblica nei giorni scorsi?

“Nell’ambito della prevenzione mi sembra molto buona la costituzione di un’authority indipendente, che possa in qualche modo raccogliere e verificare tutto quello che viene fatto non solo in tema di prevenzione, ma a tutti i livelli. Quindi in tema di formazione, di funzionamento delle reti sul territorio, ma anche di impatto normativo e quindi di come reagisce l’autorità giudiziaria nell’applicazione delle leggi. Avrebbe anche compiti di studio, di raccordo, di analisi, di proposta e se vogliamo anche di controllo nell’ambito dell’attività di comunicazione”.

Ricalca un po’ un’idea che lei suggerisce da tempo.

“Esatto. Abbiamo un ministero che tenta di lavorare in maniera multisettoriale, ma l’aspetto giudiziario compete alla Giustizia e quello che viene fatto nelle scuole all’Istruzione. Sono molto importanti anche le proposte dei lettori e delle lettrici sulla comunicazione”.

Quali ad esempio?

“Una lettrice parla del “violentometro”, visto a Marsiglia, che attraverso delle domande permette di analizzare il livello di violenza nella coppia. È importante una comunicazione di prossimità: i numeri dei centri antiviolenza nei luoghi pubblici (tram, farmacie, negozi, supermercati ecc.) e un piccolo decalogo sui segnali iniziali della violenza, soprattutto psicologica e di controllo. Anche questa vostra iniziativa andrebbe estesa soprattutto ai social e resa permanente: sarebbe una forma continua di sensibilizzazione. Di questi temi parlerò venerdì 11 alle 18 al Festival della Comunicazione di Camogli”

Un’altra proposta riguarda le separazioni non consensuali: supporto psicologico e avvocati formati per intercettare i segnali di rischio. 

“Quando una donna decide unilateralmente di interrompere una relazione si trova in una situazione di potenziale rischio di escalation. Avvocati, familiari e amici devono mantenere una soglia di allerta particolarmente alta”.

Quali? 

“Ad esempio telefonate continue chiedendo di rimettersi insieme; dire frasi come “mi hai rovinato la vita” o minacciare il suicidio; ingenerare sensi di colpa nella donna per la rottura della relazione”.

Pensava che sarebbe stato possibile arrivare a una situazione di questo tipo?

“Onestamente no, pensavo che nelle giovani generazioni ci fosse un maggiore rispetto. Invece i dati dicono altro: secondo i numeri del Tribunale di Milano i reati di violenza contro le donne (atti persecutori, maltrattamenti e violenza sessuale) sono commessi per il 61% nella fascia dai 18 ai 41 anni”.

Potrebbe funzionare un numero unico nazionale per gli uomini maltrattanti in cui possono trovare conforto? 

“No, l’uomo violento è solitamente un “negazionista” che tende a non ammettere le proprie responsabilità”.

E percorsi psicologici obbligatori subito dopo la denuncia? 

“Gli esperti dei Cuav (Centri di accoglienza per gli uomini autori di violenza) evidenziano che, se l’adesione a percorsi psicologici per uomini non è volontaria ma imposta dalla legge, rischia di venire meno il fondamento stesso dell’intervento. Ma comunque non è giuridicamente possibile imporre per legge un percorso terapeutico obbligatorio al momento della sola denuncia, poiché il reato non è ancora stato accertato. Tuttavia, esistono strumenti al di fuori del processo penale, come l’ammonimento del questore per stalking, che prevedono l’invio a un centro per un trattamento di terapia comportamentale. Suggerirei una sensibilizzazione da parte dell’avvocato che assiste l’uomo, o della sua rete di supporto, per indirizzarlo e convincerlo a sottoporsi a questo tipo di programmi”.

E dopo la denuncia esistono dei percorsi?

“Ad esempio, la sospensione condizionale della pena può essere subordinata al fatto che l’uomo si sottoponga a un trattamento con esito positivo. Inoltre, percorsi simili vengono svolti anche all’interno delle carceri durante la detenzione e, se danno esito positivo, possono consentire la concessione di benefici penitenziari”.

Insomma, si deve partire dall’educazione a scuola, che peraltro è la proposta più ricorrente dei lettori. 

“Esatto, con l’educazione al rispetto e alla valorizzazione della diversità di genere, fin dall’asilo”.

Servono pene più severe? 

“No. In Italia abbiamo ottime leggi e le pene previste sono adeguate”.

Quali altre soluzioni sarebbero attuabili nell’immediato? 

“Nel caso del ritiro della querela (per quei pochi reati che lo prevedono, ad esempio stalking non aggravato e le lesioni personali sotto i 20 giorni) un lettore suggerisce di contattare periodicamente la donna. Sì, si potrebbe creare anche un servizio ad hoc all’interno dei servizi sociali. È vero anche che in questi casi il giudice (o il pm o la polizia giudiziaria, dipende in quale fase siamo) dovrebbe compiere un accertamento per capire i motivi di tale scelta: se la donna sia pressata, minacciata, indotta o se invece il compagno abbia realmente intrapreso un percorso di recupero. Questa indagine è una “buona pratica” legata alla specializzazione dei magistrati, ma non sempre viene attuata. Molti non la effettuano perché, con il ritiro della denuncia, “si toglie un procedimento” (ovvero si alleggerisce il carico di lavoro). Quindi: è una tema di risorse perché se fossimo di più faremmo tutti meglio le cose. Però dobbiamo lanciare il messaggio che va fatto”.

Molte lettrici raccontano la paura di ciò che accade dopo la denuncia...

“Qui è il compito della polizia giudiziaria, della magistratura requirente e giudicante che devono essere specializzate e tutelare la vittima, che deve evitare tutte le forme di vittimizzazione secondaria. Cioè il post denuncia non deve diventare una prova di coraggio della donna. Questo dobbiamo evitarlo. E devo dire che le cose sono migliorate laddove ci sono magistrati specializzati, polizia giudiziaria specializzata, però si può fare ancora di più. Il tema adesso è quello della valutazione del rischio. Cioè, presentata una denuncia, fatti gli accertamenti, siamo in grado di valutare se quell’uomo che ha agito con violenza è un uomo a rischio escalation, che può portare al femminicidio? Perché, ovviamente, dico una banalità: non possiamo mettere tutti gli uomini violenti in carcere prima della condanna definitiva. Perché? Perché ovviamente il sistema ce lo vieta. Però c’è per la consumazione di certi reati una presunzione di pericolosità sociale, quindi il pubblico ministero e, in particolare, il giudice devono applicare questo criterio, scegliendo ad esempio tra arresti domiciliari con braccialetto elettronico o custodia cautelare in carcere. E, diceva giustamente un lettore, è sbagliato che la donna venga messa in protezione in una casa protetta, appunto, perché questa è una doppia violenza”.

Molti lettori prendono la Spagna a esempio, perché è un Paese che è riuscito a registrare un calo dei reati commessi per questioni di genere. Come ci è riuscito?

“Prima della pandemia, ha investito un miliardo di euro in un piano antiviolenza che ha coinvolto diversi settori. Nel sistema giuridico spagnolo, un reato commesso ai danni di una donna per motivi di genere viene punito più gravemente rispetto allo stesso reato commesso ai danni di un uomo. Questa disparità di trattamento è stata ritenuta compatibile con la Costituzione spagnola. Questo perché scatta la discriminazione di genere. In Italia credo che una cosa del genere non sarebbe fattibile perché temo non superi il vaglio della Corte costituzionale, ma bisognerebbe ragionarci. Per ora possiamo vedere come risponderà la norma sul delitto di femminicidio, introdotta lo scorso dicembre”.