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di Elisa Messina

Corriere della Sera, 23 ottobre 2025

Il disegno di legge verso la Camera. Contraria l’Anm. Ma Roia serve a far crescere il senso di condanna civile. Mentre la cronaca registra il caso della 62enne accoltellata dall’ex marito a Milano, il ddl sul nuovo reato di femminicidio, che prevede l’ergastolo, va avanti nel suo iter legislativo e si avvia verso un’approvazione unanime alla Camera, come avvenuto al Senato nel luglio scorso. Ma non mancano le voci critiche nell’opposizione, nella magistratura e fra le organizzazioni dei centri antiviolenza: tra queste D.iRe, la più grande rete nazionale di Centri anti violenza (“Cav”), ha disertato l’audizione in Commissione Giustizia rilasciando un comunicato che accusa la maggioranza di voler fare demagogia.

“La violenza sulle donne non si combatte con misure “riparatorie” utili solo a colpire la pancia dell’opinione pubblica”, dice la presidente Cristina Carelli. Qual è, se c’è, il fianco scoperto del ddl femminicidio che lo rende attaccatile da sinistra? Nella magistratura, un giudizio favorevole è quello di Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, che ne sottolinea il valore simbolico e culturale “perché non abbiamo una definizione giuridica di cosa si intende per femminicidio in Italia e perché la fattispecie penale può rappresentare un momento di ulteriore sensibilizzazione sociale nel contrasto alla violenza di genere. Non solo intervento di inasprimento sanzionatorio, dunque, ma una legge che può far crescere il senso di condanna civile”.

La legge punisce ma educa, anche. Può funzionare come deterrente? Non lo pensa il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Cesare Parodi, sentito in Commissione: “Quello dell’aumento di pena non è un calcolo che il femminicida fa: il rapinatore magari può valutare se vale la pena compiere quel reato a fronte del rischio di tanti anni di carcere, ma non il femminicida. Anche perché il 34% degli autori di questo crimine poi si suicida, come rilevava la relazione della Commissione parlamentare sul femminicidio”.

“Resto convinta che la legge sia un passo necessario, ma non risolutivo - spiega Valeria Valente, senatrice pd, ex presidente della Commissione d’inchiesta sul femminicidio. Nessuna nuova fattispecie di reato e nessun inasprimento di pena da soli rappresentano un deterrente senza un processo di formazione degli operatori e senza un processo culturale che abbatta stereotipi e pregiudizi con i quali si continua a giustificare l’autore della violenza e a colpevolizzare la donna che la subisce. Detto questo, sarebbe un errore non vedere anche nella norma penale la forza di sostenere le evoluzioni sociali e culturali in corso. E stato così in passato per il delitto d’onore o la violenza sessuale, è così oggi per il reato di femminicidio”.

Insomma, l’aumento delle pene è ok, ma la maggioranza, dice Valente, deve dimostrare di voler andare oltre l’aspetto solo repressivo: “Perché la battaglia contro la violenza si fa insieme, invece il governo ha un atteggiamento strabico: da una parte scrive il ddl femminicidio, dall’altro porta avanti un emendamento che vieta l’educazione sessuo-affettiva alle scuole medie. Siamo pronti nuovamente a sostenere il ddl sul femminicidio, ma almeno ritirino l’emendamento”.