di Conchita Sannino
La Repubblica, 24 febbraio 2022
“Siamo vittime due volte”. In Italia manca persino un censimento ed un osservatorio dedicato ai bambini e ragazzi rimasti senza madre. In campo il privato sociale, iniziative con istituzioni e Parlamento. Al via il progetto “Respiro”: 3,3 milioni per 6 regioni, per assistere piccoli e caregiver.
Giuseppe è già in camice da un ospedale del nord, sta per entrare in sala operatoria, non vuole rinunciare a quei pochi minuti per dirlo. “Dei figli che restano, di quei ragazzi bisogna occuparsi subito, neanche un mese o dieci anni dopo il femminicidio. Avevo 18 anni quando mia madre è stata uccisa, si chiamava Olga. Ma mentre l’assassino in carcere poteva contare da subito sul supporto psicologico, io da figlio ho dovuto aspettare venti anni per potermene permettere uno: e pagato da me. Ho provato a fare i conti con la devastazione che mi portavo addosso, è stata durissima perché siamo stati soli: io, i miei due fratelli e i pochi cari che si potevano occupare di noi”. Un’atroce esecuzione di 25 anni fa, quando nessuno li chiamava femminicidi, lui guarda l’orologio, comincia il turno: “Questo lavoro mi ha salvato. Mio padre ha tolto la vita, io provo a custodirla. Sono qui anche per testimoniare che se ne può uscire, si può sopravvivere: ma i danni non te li toglie nessuno e quel peso non può stare solo sulle spalle degli innocenti, i figli o i loro nonni”.
Vera, invece, è on line da una città piena di sole ed è appunto una (giovane) nonna: per lei anche elaborare il lutto sarebbe stato un “lusso”, c’era da occuparsi e far crescere Asia, la piccola della sua Giada, la figlia assassinata a soli venti anni dal compagno già denunciato e allontanato all’epoca, per violenza. “Mi considero una vittima collaterale, al pari della mia Asia, di cui sono madre, padre e nonna. Noi siamo condannati a vivere in un miscuglio di dolore e rabbia, per sempre. Anche se io non mi sono mai arresa, anche se ho fondato un’associazione e continuo a promuovere questa rete tra vittime, vedo che c’è ancora tanta ignoranza della legge, ci sono tanti figli abbandonati, troppi intoppi burocratici o lentezze. Ma questo non lo possiamo consentire”.
Li chiamano “orfani speciali”: ma di straordinario c’è solo l’intreccio tra trauma, solitudine, difficoltà economiche, mancanza di prospettive. Comun denominatore: la mancanza di un modello di intervento dello Stato, multi-disciplinare.
E nonostante l’importante passo avanti della legge sui femminicidi, approvata quattro anni fa, con annessi supporti economici previsti, le carenze sono tuttora diffuse, da nord a sud. Vuoti a cui si comincia a dare risposte, anche facendo tesoro della sofferenza di chi ci è passato prima, come racconta l’evento on line sui figli delle donne vittime di femminicidio in Italia, organizzato dall’impresa sociale “Con i bambini” cui partecipano anche la senatrice Valeria Valente, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sui femminicidi, e il deputato Paolo Siani, vicepresidente della commissione parlamentare d’inchiesta per l’infanzia e l’adolescenza.
Sono duemila ragazzi in tutta Italia, gli orfani speciali: di varia età, ma in grandissima parte minori, secondo uno studio su cui hanno lavorato gli esperti di “Con i bambini”, presieduta da Marco Rossi-Doria, che ieri ha ricevuto un messaggio di buon lavoro da parte del premier, Mario Draghi, esteso a tutti i 400 operatori in collegamento. Grazie ai fondi pubblici del credito d’imposta e ad alcune esperienze pilota in tutta Italia, la fondazione “Con i bambini” ha presentato una rete di interventi da 3,3 milioni di euro distribuiti in quattro anni. Il progetto prevede la presa in carico concreta di 50 orfani “storici” più 50 “nuovi”, grazie alle competenze e alle sensibilità maturate sul campo con 100 psicoterapeuti, 100 operatori, 60 equipe miste e oltre 50 protocolli d’intesa.
Il progetto “Respiro”. Si tratta di un’azione che unisce competenze e sensibilità grazie a 13 partner, attivi sull’intero territorio nazionale e in particolare in Campania, Calabria, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna. Un progetto che prende le mosse da un’altra virtuosa esperienza (il protocollo “Giada”, radicato in Puglia) ed è stata battezzato non a caso “Respiro”.
“Perché è l’acronimo di Rete di sostegno per percorsi di inclusione e resilienza con gli orfani speciali, ma anche perché quando succede, tutto trema e ti manca l’aria, come ha scritto un’altra minore sopravvissuta all’omicidio di sua madre”, spiega Fedele Salvatore, presidente della coop Irene 95 e direttore del Progetto. “Credo che sia una grandissima possibilità oltre che per raggiungere finalmente tutti gli orfani, offrendo a ciascuno risposte per bisogni diversi, anche per costruire le opportune sinergie tra quanti (operatori pubblici e del privato sociale) sono impegnati su questo fronte, in una logica di vera sussidiarietà orizzontale e verticale”, sottolinea.
Un percorso lastricato di ostacoli - Per la senatrice Valente, “questo è solo l’inizio di un percorso che deve vederci sempre più impegnati e integrati nel dare risposte ai territori e alle singole persone e nuclei colpiti. Su questo campo è importante poter dire per una volta che le risorse ci sono, che c’è un impegno bipartisan, allora dobbiamo capire dove si inceppa il meccanismo, quali sono gli anelli mancanti su cui dobbiamo essere concentrati”. La presidente della commissione d’inchiesta ricorda che “ogni anno circa 250 ragazzi, tra figlie e figli, vengono resi orfani a causa del femminicidio delle loro madri, accompagnato a volte dal suicidio dei loro padri, autori del delitto. Migliaia sono invece i figli e le figlie che assistono agli abusi e alle violenze in famiglia. Nell’affrontare la violenza contro le donne dobbiamo sempre, necessariamente, tenere conto anche di loro”. Valente sottolinea che “nel 2018 il Parlamento ha approvato la legge n. 4, due anni dopo sono arrivati i regolamenti attuativi, ma sappiamo che tantissimi di questi “orfani speciali” - come li aveva chiamati Anna Costanza Baldry, la studiosa che per prima ha acceso i riflettori sulla loro condizione - non riescono ancora ad accedere al supporto previsto. Un ostacolo che non possiamo consentire”.
Rossi-Doria, un lungo lavoro alle spalle contro le povertà educative come maestro di strada, poi sottosegretario all’Istruzione nei governi Monti e Letta, ricorda che “il progetto Respiro, importante e necessario, coniuga esperienze e professionalità altamente qualificate. E offre alle politiche pubbliche il senso di un lavoro competente e comunitario, di cui tenere conto”.
Anche il deputato Siani, che conosce quella sofferenza anche da pediatra, oltre che da familiare di vittima innocente (suo fratello Giancarlo è il giornalista ucciso dalla camorra a Napoli nel 1985) pone l’accento sulla centralità “che il Parlamento deve dedicare ai nostri giovanissimi concittadini. Conosco il lavoro profondo e instancabile di molti operatori, ma occorre che le leggi facciano il loro mestiere. Abbiamo proposto la creazione di un’Agenzia per l’Infanzia, come strumento agile e coadiuvante, certo non serve un altro carrozzone”.
Due volte vittime - Quasi tre ore di confronto: scambio di lavoro e approfondimento a tratti toccante. Ma il fulcro di tutto restano quelle testimonianze, le loro voci. Giuseppe Delmonte ora è medico, ha 43 anni, è di Varese, fu anche testimone dei maltrattamenti su sua madre, Olga Granà, eliminata con sette colpi d’ascia: “Il suo fu un omicidio annunciato, come spesso accade. Tutto il vuoto e la solitudine che abbiamo vissuto non si può dimenticare.
Solo adesso, dopo 25 anni, io riesco a parlarne e a lanciare il mio grido per gli altri - ricorda ancora - I femminicidi si prendono giustamente tutte le prime attenzioni, poi c’è il colpevole, ci sono i processi. Invece cala il silenzio e la dimenticanza su quelli che restano e sono troppi piccoli di fronte a un fardello enorme: anche se magari erano maggiorenni, come lo ero io all’epoca”.
L’infanzia di Asia a Catania, invece, è assicurata da nonna Vera Squatrito. Che ora chiede di incontrare la presidente Valente, di mettere a disposizione anche ciò che ha visto e vissuto. “Sono una di quelle che in Italia ha dovuto seppellire sua figlia e ora combatte per sua nipote: se può, anche per tutti gli altri. Qui, in Sicilia, ci sono tanti figli vittime di femminicidio neanche censiti, tanti nuclei che non sanno come essere aiutati, dopo il sangue e il dolore subito restano tuttora abbandonati al loro destino.
Dobbiamo aprire queste maglie, lasciare anche che i bambini vengano ascoltati, aiutati economicamente, e seguiti fino in fondo: ad esempio non si può imporre un rapporto di quella figlia o figlio con un padre che ha ucciso, se non in un percorso deliberatamente scelto dal minore, che deve avere voce. Per il bene di questi ragazzi, se ne deve uscire, ma tutti insieme. Invece noi viviamo per sempre all’ombra dell’assassino. E dobbiamo mettere in conto che poi torni in libertà, prima o poi. Cose a cui non saremo mai preparati”.









