di Paola Balducci
Gazzetta del Mezzogiorno, 27 novembre 2019
Alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la Polizia di Stato ha diffuso dati statistici a dir poco agghiaccianti, relativi a tali comportamenti illecito-aggressivi. Agghiacciante perché ogni giorno, in Italia, sono 88 le donne-vittime di atti di violenza, una ogni 15 minuti circa; agghiacciante perché si tratta di un'altissima percentuale che corrisponde all'80,2 percento dei casi; agghiacciante perché, nella maggior parte delle ipotesi, la vittima ed il suo aggressore condividono le "mura di casa".
Mentre reati come il maltrattamento in famiglia sembrano essere in diminuzione, quelli che sono diretti a procurare nocumento, di qualsiasi natura e genere, nei confronti di esseri umani di sesso femminile sono in aumento e, in 6 casi su 10, il loro carnefice risulta essere il partner o l'ex partner. In contesti come questi, è la "prevenzione" ad essere indicata come chiave che apre tutte le porte.
Ma in che modo porla in essere e renderla davvero efficace? Da un punto di vista penalistico il nostro Paese prevede una disciplina volta a tutelare, in generale, cittadini-vittime di atti di violenza; disciplina resa ancora più rigorosa dalla recente entrata in vigore della legge 19 luglio 2019, n. 69 (c.d. Codice Rosso) che appresta un sistema di tutela più stringente e preponderante nei confronti delle vittime di sesso femminile.
Ma siamo sicuri che tutto ciò sia sufficiente? Per rispondere nella maniera più limpida possibile a questa domanda bisogna, per prima cosa, far luce sulla corrispondenza delle previsioni legislative, intese in senso astratto, con quella che è la loro effettiva applicabilità nel caso concreto.
Invero, spesso si tratta di interventi veramente eccezionali dal punto di vista contenutistico che, però, non sono accompagnati da un altrettanto eccezionale intervento da parte dello Stato, per quanto attiene al piano strutturale, di investimento e di risorse, sia di personale, sia di carattere economico. Prevenire la violenza delle donne significa, piuttosto, combattere le sue radici culturali e le sue cause; significa adottare strategie politiche mirate all'educazione, alla sensibilizzazione, al riconoscimento e alla realizzazione delle pari opportunità in ogni ambito della vita pubblica e privata.
Essenziale è impegnarsi e lavorare per combattere le discriminazioni e gli stereotipi legati ai ruoli di genere e al sessismo, poiché costituiscono il presupposto per la creazione di contesti favorevoli alla perpetuazione della violenza maschile contro le donne. E allora, come fare tutto ciò? Gli spunti a nostro favore certo non mancano.
Per prima cosa, non possiamo non investire, anche in questo caso, nelle nuove generazioni e nella loro, e nostra, formazione. Necessario si rende, a tal punto, tornare ad impartire principi e regole elementari che riguardino il rispetto tra gli esseri umani, punto fondamentale di partenza per poter creare la "società di domani" che sappia vivere nel pieno e profondo rispetto dell'altro. A tal proposito, è la scuola il principale mezzo da "sfruttare": scuola non è solo il luogo in cui si apprende una determinata materia quanto piuttosto quello in cui si impara a stare al mondo, a sapersi comportare correttamente e rispettosamente.
Come non servirsi, poi, degli strumenti mediatici che oggigiorno costituiscono il nostro mezzo di informazione per eccellenza? Si potrebbe, ad esempio, adottare l'idea di dar vita ad una "pubblicità martellante" che, attraverso la spiegazione (anche visiva) delle conseguenze derivanti da tali atti non nobili, dimostri come essi si ripercuotano prima di tutto sui figli, due volte privi dei genitori, e di come lascino una traccia invisibile, ma indelebile, sulla comunità, sia familiare che lavorativa.
Prevenire è una responsabilità che grava su ciascuno di noi, in quanto tutti cittadini e tutti esseri umani. È una responsabilità che ci dobbiamo addossare e che non possiamo assolutamente più trasferire, con la solita tecnica (che ci è tanto cara) dello "scarica barile", addosso a chi ha il compito di regolamentare la nostra quotidianità. Tutto ciò non per minimizzare il lavoro del legislatore concretizzatosi nel c.d. "Codice Rosso", anzi.
Esso si presenta come un intervento legislativo assolutamente opportuno ed utile al fine di contrastare reati connotati da violenza domestica e di genere, mediante la garanzia di una più incisiva ed efficace tutela nei confronti di donne-vittime.
A tal proposito, dal punto di vista sostanziale, vengono introdotti nuovi reati e previsti inasprimenti sanzionatori nei confronti di quelli già positivizzati. Dal punto di vista processuale, invece, si è inteso rendere più efficace la tutela preventiva della persona offesa attraverso un meccanismo rigido di "velocizzazione" delle operazioni compiute dall'Autorità giudiziaria.
A tutto ciò si accompagna, poi, la previsione di specifici obblighi di comunicazione nonché la possibilità di applicare, anche per tali reati, la disciplina delle misure di prevenzione. Tuttavia, nella sua pur compiutezza formale, il "Codice Rosso" sembra peccare da un punto di vista applicativo. Insoddisfacente appare l'apparato strumentale predisposto dallo Stato perché possa essere adempiuta con precisione ogni prescrizione normativa.
Insoddisfacente perché si tratta, in fin dei conti, di una riforma a "costo zero". C'è mancanza di personale, mezzi, strutture e soprattutto di investimenti. Mancano quelli che diano la possibilità di attivare un percorso di educazione che sia rivolto, primi fra tutti, agli uomini. Si tratta, purtroppo, dei soliti "corsi e ricorsi storici".
La stessa insufficienza ha colpito, infatti, i figli delle vittime di femminicidio: c'è una legge del 2018 ma mancano ancora i decreti attuativi per renderla efficace e i finanziamenti per farla funzionare. È questo il risvolto più drammatico: dolore che si aggiunge al dolore.
La questione concernente gli orfani dei femminicidi è l'immagine emblematica di una risposta ordinamentale che non funziona: sarebbe sicuramente più opportuno che venissero messi da parte i proclami per concentrarsi sui problemi concreti veramente urgenti. Continueremo ogni giorno a sensibilizzare sulla piaga della violenza sulle donne e dei femminicidi che, allo stato degli atti, nessuna norma penale, anche la più repressiva, riesce purtroppo a fermare.
Il nostro impegno deve essere quello di far sì che il 25 Novembre non sia più la "la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne" ma un giorno qualsiasi. E ciò potrà accadere solo quando a trionfare sarà la cultura del rispetto per la donna. Della donna che deve essere libera di scegliere la propria vita, ma soprattutto della donna libera da qualsiasi forma di violenza, fisica o psicologica, da parte di un uomo.










