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di Maria Novella De Luca

La Repubblica, 25 settembre 2022

In molti casi la vittima aveva denunciato il partner violento. Ma la giustizia ha ancora tempi e modi di “presa in carico” troppo lenti. E troppo legati a una cultura sessista. Inchiesta.

Roma. Si chiamavano Alessandra, Lidia, Simona, Gabriela e Renata Alexandra. Avevano chiesto aiuto alla giustizia contro i loro ex, violenti e persecutori. Sono state, invece, uccise, da quei maschi lasciati colpevolmente liberi. Dormono, tutte, nel cimitero dei femminicidi. Accanto a loro le altre, morte senza aver avuto la forza di denunciare, Nadia, Rosa, Daniela, Giada, Viviana, Romina, Lorena, Elena, Donatella, impossibile nominarle una ad una, le loro storie, come lapidi virtuali, riempiono in rete le liste aggiornate ogni giorno delle donne morte ammazzate dai loro ex, mariti, fidanzati, amanti. Sono 78 le vittime di femminicidio dall’inizio del 2022, alcune avevano provato a fermare i loro assassini rivolgendosi alle forze dell’ordine, la maggioranza no, ma il risultato non cambia: tutte uccise. Lo schermo della giustizia non le ha protette, in una catena di sottovalutazioni, errori, scarcerazioni e archiviazioni.

Ultimi casi di cronaca - Alessandra Matteuzzi, massacrata a martellate il 23 agosto scorso dal suo ex compagno, Giovanni Padovani, lo aveva denunciato per stalking un mese prima. Contro di lui, però, la procura di Padova non aveva emesso alcun provvedimento restrittivo. Zlatan Vasiljevic, killer di Lidia Milikovic e Gabriella Serano, uccise l’8 giugno, pluricondannato per violenza, era stato scarcerato dopo un (breve) corso di riabilitazione per maschi violenti. Le tre denunce per maltrattamenti di Gabriela Trandafir, assassinata insieme alla figlia Renata Alexandra dall’ex marito, Salvatore Montefusco, il 13 giugno a Castelfranco Emilia, erano addirittura state archiviate dalla procura di Modena. Sembra inevitabile provare un senso di resa davanti a questa strage. Di fronte a numeri che fanno dire a un magistrato esperto come Fabio Roia, presidente vicario del tribunale di Milano e consulente della Commissione sul femminicidio,”tra i crimini di odio la misoginia è l’unico a non arretrare”, e avvertire che “quando una donna decide di mettere fine, unilateralmente, ad una relazione con un uomo che ha in sé il germe della violenza, si espone di fatto al rischio della vita”.

Il codice rosso - A che cosa serve dunque il Codice Rosso, che impone ai giudici di “prendere in carico” la denuncia di una donna entro tre giorni dalla presentazione, se poi come nei casi di Alessandra Matteuzzi e Gabriela Trandafir, contro questi aguzzini non vengono presi provvedimenti tempestivi? L’Italia, proprio grazie anche al Codice Rosso approvato nel 2019, non ha mai avuto un corpus di leggi contro la violenza sulle donne così completo e avanzato come oggi. Eppure, denuncia o non denuncia, la Spoon River delle donne ammazzate conta nuove lapidi ogni giorno. È una battaglia persa quella contro i femminicidi? Lella Palladino, sociologa, oggi è nel comitato scientifico dell’Osservatorio nazionale contro la violenza sulle donne.”Non siamo alla resa, le cose avanzano, seppure a piccoli passi. Vorrei ricordare accanto al dato delle donne uccise, le altre, tante, che invece denunciano, si liberano dai partner violenti, salvano se stesse e i figli, riescono a costruirsi vite autonome, grazie ai centri antiviolenza. Almeno 25 mila ogni anno, quindi i successi ci sono. Il fallimento è nella rete istituzionale”. Spiega Palladino che le leggi oggi sono più avanzate rispetto alla filiera della giustizia. “Certo che è utile convocare la vittima in tre giorni, però poi bisogna crederle. Emettere dei provvedimenti restrittivi veramente efficaci, altrimenti le donne tornano a casa e si ritrovano sole, a rischio della vita”. È proprio dalla solitudine che nasce quella sfiducia che si traduce in un dato drammatico: soltanto il 15 per cento delle vittime chiede aiuto. Il punto di caduta, secondo Palladino, è la mancanza di preparazione nel riconoscimento della violenza da parte di forze dell’ordine e magistratura.

“Esiste un garantismo che premia i maschi, mentre i racconti delle vittime vengono messi in discussione. La violenza viene depotenziata a conflitto familiare, pur di fronte a un pericolo conclamato. Così le donne muoiono”. In una società che rispetto al sessismo, conclude con un po’ di amarezza, la sociologa, “arretra piuttosto che avanzare”. Fabio Roia, conferma che a fronte oggi di un ottimo corpus di leggi, “alle quali manca però l’approvazione dell’arresto non in flagranza dello stalker”, il rischio arriva dalla sottovalutazione del pericolo. “Ci vuole formazione perché chi riceve la denuncia riesca a valutare il profilo criminale dell’aggressore. Il non saper leggere correttamente la violenza può portare a non emettere quelle misure tempestive che potrebbero salvare la vittima. Dal braccialetto elettronico alla misura cautelare in carcere”. E se tutto questo non avviene, e le donne continuano a morire, ammette Roia, “è perché a tutti i livelli la cultura del patriarcato continua purtroppo ad essere prevalente”.

L’esempio della Spagna - Valeria Valente, senatrice Dem, è stata fino a qualche giorno fa presidente della Commissione d’inchiesta sul femminicidio del Senato. Un gruppo di lavoro di altissimo livello che, per la prima volta in Italia, ha indagato sulla strage delle donne, mettendone in luce, ad esempio, l’intreccio con una giustizia punitiva nei confronti delle vittime. “Non siamo all’anno zero, di certo però camminiamo a piccoli passi. Le donne continuano a vivere nel silenzio le loro tragedie. Fuori c’è un mondo che le colpevolizza. Per un 15 per cento che denuncia, c’è un 65 per cento di vittime che si vergogna di raccontare, anche a un’amica, le persecuzioni che vive in casa. In Commissione abbiano fatto un enorme lavoro per far capire quanto questa violenza sia strutturale. In Spagna, dove la lotta ai femminicidi è stata considerata una priorità, sono state messe in campo risorse gigantesche sia nella repressione che in campagne culturali contro il sessismo. Il risultato è che i femminicidi sono diminuiti. Da noi non se ne parla. Ciò che dobbiamo chiederci dunque è se veramente l’Italia vuole fermare questa strage”.