di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 30 giugno 2025
Verità nascoste, come ombre ostinate attraversano la Storia, parallele alle “versioni ufficiali” insinuano sospetti e paranoie. La forza del complottismo sta nella sua capacità ossessiva di trasformare ogni frammento della realtà in un indizio, ogni deviazione in una prova, ogni assenza in una traccia. Il successo delle narrazioni alternative non dipende da quanto siano verosimili, ma dalla capacità di influenzare l’immaginario collettivo. Nell’antica Roma, il complotto era parte integrante della vita politica. Le congiure strumenti di lotta per conquistare il potere, e la paranoia era considerata una forma di saggezza. Le accuse contro Catilina, gli intrighi di corte sotto Nerone, le purghe senatoriali testimoniano una cultura in cui il sospetto era non solo giustificato, ma necessario alla propria sopravvivenza.
Nel Medioevo cristiano, la narrazione cospirazionista assume una dimensione apocalittica sull sfondo della religione. Il mondo è teatro di una battaglia cosmica tra Dio e il maligno, e ogni disordine sociale può essere ricondotto all’azione di agenti satanici. Eretici, streghe, lebbrosi, ebrei: tutti sono sospettati di tramare nell’ombra, spesso in combutta con il demonio. L’Inquisizione non si limitava a reprimere le eresie: mirava a svelare una trama, un’organizzazione nascosta, una cospirazione contro la Chiesa e l’ordine divino. La confessione forzata era pensata per portare alla luce un piano, e non solo un peccato. Con l’età moderna le teorie del complotto mutano forma, ma non funzione. La Rivoluzione francese segna un punto di svolta. Tra i contadini cattolici e gli strati popolari legati all’ancien régime si diffonde la convinzione che dietro l’esplosione rivoluzionaria si celi un complotto anticristiano e antimoniarchico, ordito da logge massoniche e società segrete. È in questo contesto che prende forma una delle figure cardine del moderno immaginario complottista: l’Illuminato, l’uomo di sapere che manipola i popoli dall’alto, il filosofo che cospira nell’ombra contro la tradizione. Autori apertamente reazionari come Barruel o de Maistre costruiscono in quegli anni una controstoria della Rivoluzione, in cui il Terrore non è la degenerazione della politica, ma il compimento naturale di un disegno occulto.
Ma anche il regime giacobino vive nel sospetto di cospirazioni permanenti. La macchina del Terrore si alimenta della convinzione che la Repubblica sia minacciata da agenti interni: realisti, moderati, controrivoluzionari, compagni di viaggio che hanno tradito. Non la reazione a una minaccia concreta, ma la forma stessa del potere rivoluzionario, un dispositivo paranoico che giustifica l’eliminazione violenta di ogni presunto nemico del popolo. Probabilmente la teoria del complotto più tenace, che ancora oggi sparge indirettamente i suoi veleni, nasce con un falso documento redatto nei primi anni del Novecento dall’Ochrana, la polizia zarista. È il celebre Protocollo dei savi di sion: il testo finge di essere la trascrizione di una riunione segreta dell’élite ebraica mondiale, dove si discute il futuro asservimento dell’umanità. Diffusi a migliaia di copie in Europa e negli stati Uniti i Protocolli hanno un’influenza enorme nell’alimentare i pregiudizi antisemiti e sono fonte di ispirazione per il Reich hitleriano e gli orrori della Shoah. Il fatto che si tratti di un fake è irrilevante: la sua efficacia sta nel confermare ciò che molti vogliono credere. Umberto Eco ne Il cimitero di Praga, ha ricostruito la genesi e la fortuna dei Protocolli, mostrando come la ripetizione, la variazione e la circolarità siano gli strumenti centrali della narrazione complottista, una interpretazione del mondo che “non sopporta che le cose avvengano per caso”.
Anche lo stalinismo ha agitato cospirazioni immaginarie per giustificare la persecuzione politica. Le grandi purghe degli anni Trenta, le confessioni pubbliche, i processi farsa di presunte spie, sabotatori e infiltrati nel partito, nell’esercito, tra gli intellettuali, la condanna a morte dei vari Zinov’ev, Kamenev, Bucharin battezzano un sistema che farà della paranoia di Stato l’elemento centrale per la conservazione del potere.
Con l’avvento di Internet e dei social network, le narrazioni parallele subiscono una mutazione profonda. Non sono più diffuse da piccoli gruppi marginali, ma possono diventare virali e mainstream nel giro di qualche ora. Ogni grande evento - dall’11 settembre al cambiamento climatico, dalla pandemia alla guerra in Ucraina - genera in automatico una costellazione di contro-narrazioni. La velocità di diffusione, la disintermediazione, l’assenza di filtri rendono la rete un ambiente ideale per il moltiplicarsi di storie cospirative. QAnon, forse il fenomeno complottista più assurdo e al tempo stesso più pervasivo degli ultimi anni, è nato da un semplice forum e ha prodotto una mitologia che ha influenzato parte dell’elettorato statunitense, contribuendo al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Le narrazioni parallele oggi non pretendono neppure più di essere credibili in senso stretto. Sono piuttosto dispositivi identitari: chi le condivide non cerca prove, ma appartenenza. Sostenere che la terra è piatta o che i vaccini contengono microchip non è solo un’opinione eccentrica ma un atto di fede. Ecco perché combattere il complottismo con le armi della razionalità è spesso inefficace e frustrante. Non si tratta di semplici errori di ragionamento o bias, ma di strutture simboliche, risposte emotive a un mondo che appare opaco e ingovernabile. Occorre allora non solo smontarle, ma capire cosa le rende desiderabili: la sete di significato, il bisogno di controllo, il rifiuto dell’impotenza. Forse, come suggeriva Eco, l’unico antidoto davvero efficace è una cultura della complessità, capace di riconoscere l’incertezza senza scivolare nel sospetto, e di proporre narrazioni pubbliche trasparenti ma non semplicistiche, che sappiano affrontare il dubbio senza trasformarlo in fobia.











