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di Giansandro Merli

Il Dubbio, 5 giugno 2022

I ministri dell’Interno degli Stati costieri preparano le richieste alla Commissione. Verso il nuovo patto su immigrazione e asilo, da sud un’unica voce per vincolare l’Europa. Se i vertici internazionali sulle politiche sanitarie non citassero i malati o quelli sulla scuola facessero altrettanto con gli studenti assomiglierebbero agli incontri dei ministri dell’Interno che discutono di immigrazione. Nella conferenza stampa finale del quarto appuntamento di Med5, conclusosi ieri a Venezia, nessun intervento ha fatto cenno ai migranti in quanto soggetti titolari di diritti. Al centro solo le esigenze degli Stati costieri di fermare le partenze, espellere gli irregolari e redistribuire tra gli altri paesi membri chi sbarca e ha diritto a rimanere. La richiesta è che, come per i profughi ucraini ma con esiti ben diversi, si stabilisca una responsabilità comune europea anche su chi arriva dal mare.

Oltre alla titolare del Viminale Luciana Lamorgese erano presenti i quattro omologhi dell’Europa mediterranea: Fernando Grande-Marlaska Gómez (Spagna), Notis Mitarachi (Grecia), Byron Camilleri (Malta) e Nicos Nouris (Cipro). Ai lavori hanno partecipato anche i ministri dell’Interno francese Gérald Darmanin e quello ceco Vít Rakušan: i due paesi si daranno il cambio nella presidenza di turno del Consiglio dell’Ue.

Obiettivo di Med5 - riunitosi da marzo 2021 ad Atene, Malaga e in videoconferenza - è portare con un’unica voce le richieste dei paesi costieri nel negoziato per il Nuovo patto europeo sulla migrazione e l’asilo, cioè il documento programmatico con cui la Commissione stabilisce le linee guida sulle politiche migratorie dei prossimi anni. Il primo testo è stato presentato il 23 settembre 2020.

I cinque stati costieri, che significativamente si autodefiniscono la “linea del fronte” davanti al “problema strutturale dell’immigrazione”, puntano a riequilibrare le misure di responsabilità e solidarietà. Le prime, come le procedure d’asilo accelerate lungo le frontiere esterne o il controllo dei movimenti secondari, pesano maggiormente sui paesi di approdo. Le seconde non hanno nulla a che fare con i migranti: nel contesto delle politiche migratorie europee la parola “solidarietà” rimanda agli impegni reciproci a tutela degli interessi statali. Su questo la principale richiesta che viene dal Mediterraneo è creare meccanismi obbligatori di redistribuzione dei profughi.

I cinque ministri hanno valutato positivamente le dimostrazioni di intenti della presidenza francese e il suo modello di negoziazione “step by step”, che prevede uguali passi in avanti sulle questioni legate alla responsabilità e su quelle di solidarietà. Unanimemente, però, chiedono impegni concreti e fatti. La strada è in salita. Da un lato il blocco principale alla redistribuzione è sempre venuto dai paesi di Visegrád, che in questa fase sono interessati da ben altri flussi migratori: milioni di ucraini in fuga dall’invasione di Putin. L’altro ieri l’ambasciatrice polacca in Italia ha detto che il suo paese accoglie 3,7 milioni di profughi. Recentemente Frontex ha rilevato una tendenza al controesodo, ma al momento è impossibile prevedere quanti resteranno all’estero e dove al termine del conflitto, ammesso che ciò avvenga in tempi rapidi. Da Est faranno pesare questo fatto nei negoziati.

Altri ostacoli vengono dai paesi dell’Europa del centro e del nord: non sono interessati da sbarchi ma registrano alte richieste di asilo perché molti migranti si “ricollocano” autonomamente, semplicemente continuando il viaggio. Oltre un quarto delle 535 mila richieste di protezione presentate in Europa nel 2021 sono arrivate in Germania (148.200), seguita dalla Francia (103.800). Solo dopo si piazzano Spagna (62.100) e Italia (43.900), poco sopra la ben più piccola Austria (36.700).

Dove più facile può essere l’accordo, almeno di principio, con gli altri Stati membri è su espulsioni e blocco delle partenze attraverso la cooperazione con i paesi di origine e transito. Rispetto ai primi, la ministra Lamorgese ha citato i casi di Bangladesh ed Egitto da cui provengono un terzo dei 20 mila migranti sbarcati in Italia nel 2022. Per il transito il ministro greco ha più volte sottolineato l’importanza del modello turco: pagare miliardi a un regime autoritario perché fermi le partenze. Poco importa che simili politiche restringano globalmente il diritto d’asilo e comportino lungo tutte le rotte migratorie violazioni dei diritti e terribili violenze. Come in Libia, dove i finanziamenti italiani ed europei sostengono un inferno fatto di intercettazioni in mare e detenzioni a terra. Nella realpolitik non c’è spazio per gli esseri umani.