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di Antonello Ciervo

Il Domani, 31 maggio 2025

Sabato 31 maggio la Rete “A pieno regime” scenderà in piazza a Roma, per riaffermare con chiarezza e intransigenza che la democrazia parlamentare e la Costituzione non possono essere abrogate da un decreto legge. Alla fine la svolta autoritaria si è realizzata e nel peggiore dei modi. Recependo malamente una serie di rilievi del Quirinale in merito al ddl Sicurezza - in discussione in parlamento da oltre un anno e pronto per essere approvato al Senato prima di Pasqua - il Consiglio dei ministri ha trasformato il disegno di legge in un decreto legge che è entrato immediatamente in vigore lo scorso 11 aprile. Si tratta di una grave forzatura, uno strappo alle procedure costituzionali e un esautoramento della funzione legislativa del parlamento che non ha precedenti nella storia repubblicana, nonostante negli ultimi anni l’abuso della decretazione d’urgenza sia stata la prassi per tutti i governi che si sono succeduti.

Una cappa di repressione - Ma il tema non è soltanto l’impiego illegittimo del decreto legge, chiaramente privo dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza richiesti dall’articolo 77 della Costituzione, bensì la cappa di criminalizzazione e repressione che si sta abbattendo sulla società civile e lo spettro dello stato di polizia che sta incominciando a prendere forma.

I nuovi reati e le numerose aggravanti entrate in vigore, nonché lo scudo penale a “tutela” delle forze dell’ordine, rendono il nostro paese sempre più simile a quei sistemi illiberali che la letteratura scientifica definisce “democrature”, modelli di governo in cui a un apparente rispetto delle formalità costituzionali, fa da contraltare un esautoramento sostanziale della democrazia, attraverso la criminalizzazione della manifestazione del pensiero, del dissenso politico, del conflitto sociale, oltre che dei soggetti più poveri e marginali, in una logica punitiva tipica del diritto penale d’autore. In questo modo, si puniscono le persone non per quello che fanno, ma per quello che sono: stranieri, poveri, marginali, detenuti, militanti politici, attivisti sociali ed ambientali, in un quadro giuridico in cui le forze dell’ordine esercitano le loro funzioni in una posizione di privilegio rispetto ai “normali” cittadini.

Deriva autoritaria - Per comprendere la deriva autoritaria in atto basta leggere l’articolo 20 del decreto legge che punisce le lesioni personali ai danni di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni nel corso di manifestazioni di pubblica piazza. Ebbene, in caso di lesioni gravissime, cioè nell’ipotesi in cui un manifestante rompesse il naso a un poliziotto durante un corteo, rischierebbe oggi fino a 16 anni di carcere: si tratta di una sanzione sproporzionata quanto incostituzionale, se solo si pensa che nel nostro ordinamento l’affiliazione a un’associazione mafiosa e il tentativo di strage terroristica (sparare all’impazzata in piazza senza ammazzare nessuno, ma limitandosi a ferire qualche passante) sono punite entrambe con 15 anni di carcere.

Sia chiaro, questo paese non ha bisogno né di manifestanti violenti (le riunioni in luogo pubblico, ci ricorda la Costituzione, devono essere pacifiche e senza armi), né tanto più di mafiosi o di terroristi in potenza, ma appare altrettanto chiaro che un manifestante, pur non esercitando correttamente i propri diritti costituzionali e per questo motivo sbagliando, certo non può essere considerato un criminale, socialmente più pericoloso - e per questo motivo da condannare a più anni di carcere - di un mafioso o di un terrorista.

Questa norma, ma ce ne sarebbero molte altre dello stesso tenore e che prevedono sanzioni altrettanto sproporzionate, denota la mancanza di cultura democratica del governo che, ponendo la fiducia, ha ottenuto il via libera della Camera al testo, silenziando definitivamente il dibattito nelle aule parlamentari e la voce di quei deputati e senatori che non hanno potuto svolgere le proprie prerogative costituzionali.

Per questo motivo, per dare voce all’opposizione politica e sociale a questo provvedimento anti-democratico, oltre che per denunciare la deriva autoritaria in atto nel nostro paese, sabato 31 maggio la Rete “A pieno regime” scenderà in piazza a Roma, per riaffermare con chiarezza e intransigenza che la democrazia parlamentare e la Costituzione non possono essere abrogate da un decreto legge.