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di Michele Passione*

Il Dubbio, 24 marzo 2022

Quando i motivi dei provvedimenti non trovano una ragion d’essere. La chiamano magistratura di prossimità, perché vicina al luogo (e soprattutto alla persona) dove la pena si esegue.

Spetta infatti al magistrato di sorveglianza del posto ove il detenuto è ristretto (tra l’altro) “esercitare la vigilanza diretta ad assicurare che l’esecuzione della custodia degli imputati sia attuata in conformità delle leggi e dei regolamenti” (art. 69/ o. p.).

Lo sappiamo, e da sempre lo diciamo; non è possibile per chi fa quel mestiere difficile (un numero ristretto di giudici senza risorse, schiacciati da mille incombenze e travolti da mille richieste) assolvere puntualmente a tutte le funzioni previste nella norma citata.

Succede però che qualcuno (un po’ originale, direbbe Faber) pensa di poter provvedere in materia di liberazione anticipata (provvedimento di competenza del magistrato monocratico, di concessione di eventuale detrazione di quarantacinque giorni di reclusione per ogni semestre di pena scontato “quale riconoscimento della partecipazione all’opera di rieducazione e ai fini del suo più efficace reinserimento nella società”) rigettando la richiesta avanzata per motivi che non trovano una ragion d’essere.

Carcere del Sud, detenuto straniero, fine pena ancora lontano; richiesta per cinque semestri. Nulla quaestio per quattro (vi era stato un richiamo per non meglio indicata intimidazione/ sopraffazioni dei compagni, nel semestre di interesse per quel che qui rileva, ma pare poco più che un inciso); infatti, le vere “ragioni” son quelle che seguono. Si legge che “veniva rinvenuta nella camera di pernottamento… una maglietta arrotolata attaccata ad un cestino, dalla quale gocciolava un liquido giallastro. I detenuti (tre occupanti la cella) affermavano che tale sistema servisse per preparare yogurt artigianale.

La Polizia Penitenziaria constatava che effettivamente nella maglietta ci fosse del latte coagulato e che ci fosse totale mancanza di igiene. L’episodio, anche se isolato, denota una mancanza di partecipazione all’opera rieducativa del prevenuto nel semestre x”. Fa quasi sorridere, pensare alla relazione di servizio che annota la presenza del latte coagulato.

Noi non sappiamo se quel detenuto fosse “in condizioni fisiche o psichiche che consentissero di provvedere direttamente alla pulizia della camera detentiva e del relativo servizio igienico” (art. 6/ 5 del DPR n. 230/ 2000), né se gli fossero “stati messi a disposizione mezzi adeguati”. Sappiamo con certezza che ovunque (in tutte le galere italiane) i cessi sono in cella (altro che camere), alla turca, e che l’igiene è una chimera (non certo per sola responsabilità dei ristretti, ché le ragioni di fondo sono endemiche). Sappiamo che lo yogurt si consuma, e si acquista al sopravvitto.

Sappiamo che non è vero che “il vitto è consumato di regola in locali all’uopo destinati” e che “il regolamento interno stabilisce le modalità con le quali, a turno, i detenuti e gli internati sono ammessi a cucinare in locali attrezzati a tal fine” (art. 13/3 Dpr n. 230/2000), perché praticamente ovunque mancano i locali (e i regolamenti). Sappiamo che si cucina e si mangia in cella (comma 4) e che sempre ci si arrangia (i detenuti, di norma, cucinano benissimo).

Sappiamo che lo yogurt fa bene, noi lo mangiamo a colazione; in galera non si può. Come il sesso, come appendere foto con cornici fuori misura (al 41 bis), come tentare di ammazzarsi: incredibile, ma anche questo è sanzionato.

Carcere del centro Italia. Una detenuta si impicca, ci prova; si legge “considerato che il tentativo di togliersi la vita mediante impiccagione è incompatibile con il presupposto della liberazione anticipata che è la partecipazione all’opera rieducativa, rigetta l’istanza relativa al semestre”. Non possiamo sapere quali fossero le ragioni (c’è mai una ragione, una sola?). Per quel che qui rileva, valgono i dati, che evidenziano come i casi di suicidi in carcere siano 10 volte in più rispetto alla popolazione libera.

E tuttavia, la Passione contemporanea (D. Fassin) di punire si è spinta fino a questo. Per fortuna il Tribunale ha riformato quel provvedimento, dimentico della pietas, prima ancora che del diritto; ci auguriamo che anche per lo yogurt (che ha una scadenza, come la pena di quel detenuto) il Tribunale del Sud faccia lo stesso. Fermenti lattici vivi. Sipario.

*Avvocato