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di Fabio Castori

Il Resto del Carlino, 22 gennaio 2023

Chiesto il rinvio a giudizio di un 23enne. Avrebbe provocato il decesso del compagno di cella Lorenzo Rosati, fermano di 50 anni. Richiesta di rinvio a giudizio coatta. È questa la disposizione del gip di Fermo, Maria Grazia Leopardi, riguardo all’indagato per l’omicidio di Lorenzo Rosati, il detenuto fermano di 50 anni originario del Viterbese deceduto in circostanze misteriose al Pronto soccorso, dopo che si era sentito male in carcere.

Ancora un colpo di scena nell’inchiesta sulla tragedia che si era consumata nella casa di reclusione di Fermo e che, in un primo momento, era stata ritenuta un incidente. Dopo la seconda richiesta di archiviazione da parte del sostituto procuratore Alessandro Pazzaglia, il gip fermano ha accolto nuovamente l’opposizione dei legali della famiglia della vittima, gli avvocati Marco Murru e Marco Melappioni, imponendo la formulazione del capo d’imputazione di omicidio per il 23enne di San Severino Marche di origini albanesi, all’epoca dei fatti compagno di cella di Rosati, indagato in quanto ritenuto responsabile di un pestaggio fatale.

Il pm già una prima volta aveva chiesto l’archiviazione ma, nell’aprile 2022, il gip aveva disposto un supplemento delle indagini, accogliendo anche in quel caso l’opposizione dei legali della famiglia della vittima. La tragedia si era consumata il 28 maggio 2021 quando, all’ora di pranzo, Rosati si era sentito male e i suoi compagni di cella avevano lanciato subito l’allarme. Rosati era stato portato al pronto soccorso e aveva la milza spappolata e un’emorragia ormai irreversibile. Nonostante i tentativi di rianimarlo, il 50enne aveva esalato l’ultimo respiro intorno alle 17. Il referto era stato trasmesso alla Procura che aveva aperto un fascicolo a carico di ignoti per morte conseguente ad altro reato, disponendo poi l’autopsia sulla salma.

L’incarico era stato affidato al medico legale di Teramo, Giuseppe Sciarra, e i risultati dell’esame autoptico erano apparsi abbastanza chiari. Nel referto si parlava di decesso da attribuire ad un “traumatismo contusivo toracoaddominale sul fianco sinistro, emoperitoneo da lacerazione della milza e conseguente choc ipovolemico”.

La perizia affermava inoltre che la zona del corpo esaminata era “stata interessata da un evento traumatico prodotto da un mezzo contundente non dotato di spigoli vivi, ma con superfice arrotondata ed ha agito con una piccola angolatura dall’alto in basso”. Nonostante ciò, il pm aveva presentato al gip la richiesta di archiviazione del caso, ipotizzando una caduta.

Tesi, questa, supportata da una ferita occipitale rinvenuta sul capo della vittima, che il medico legale non aveva escluso essere attribuibile al contatto con il pavimento. I legali di Rosati, però, avevano depositato un’istanza di opposizione, accolta dal giudice. Tutto era ricominciato daccapo e questa volta, scavando a fondo, era stato trovato il presunto responsabile del decesso: il 23enne albanese difeso dall’avvocato Vando Scheggia che, dopo gli ultimi sviluppi, finirà davanti al giudice per le udienze preliminari.