di Marco Purita*
dirittiglobali.it, 21 ottobre 2020
Il Governo e il Parlamento italiano hanno l'obbligo internazionale di garantire condizioni dignitose e rispettose dei diritti umani nelle carceri per le persone detenute. Ciò significa assicurare in primis il diritto alla dignità umana, e il diritto per tutti a non essere sottoposti a pene o a trattamenti disumani. Quali diritti vengono riconosciuti ai detenuti nel 2020 nella casa di reclusione di Fermo?
Nessuno. Quando il portone di ferro si chiude alle tue spalle, si sigilla. La prima cosa che dici è: "Sono morto". Tu non sei un detenuto, sei il padre della persona reclusa nel carcere di Fermo. "Sono morto", mi ripeto nella saletta pre-colloquio, dove lascio i documenti e gli oggetti personali. Nel carcere di Fermo, per i parenti delle persone detenute è riservata una saletta di due metri quadrati, stile 416 bis. Da una finestrella a mezzo metro d'altezza sbuca una guardia, che con tono rabbioso m'impone di consegnargli i documenti.
La porta blindata si apre, entro nella sala colloquio vera e propria. Un'altra stanza in miniatura, che può contenere al massimo (e non per il Covid-19) due detenuti. I parenti si alternano per parlare, altrimenti non si sente nulla. Da mio figlio mi separa una parete di plexiglass, che quasi impedisce del tutto la comunicazione.
Nella casa di reclusione di Fermo, ogni persona detenuta deve trascorrere la prima settimana in isolamento. Non in una cella, ma in una grotta. Una persona alta un metro e settanta non può stare all'in piedi tanto il soffitto è basso. Dopodiché si passa alle celle da 2 persone, che ospitano però 4/6 detenuti.
E il bagno? Prima di accennare al bagno, esaminiamo il passeggio destinato alle quattro ore d'aria riconosciute alla persona detenuta. In trenta metri per trenta di cemento devono passeggiare tutti i 100 detenuti reclusi, in una struttura che ha una capienza massima di 50 persone. Nella casa di reclusione di Fermo il sovraffollamento è del 200%. "È meglio starsene in cella", dice mio figlio. Fermo è un carcere abbandonato a se stesso. La pena vera la scontano i familiari.
Ricordiamo che già nel Settecento, con l'illuminismo e Beccaria si ebbe una profonda rivoluzione nell'istituzione penitenziaria: il principio punitivo della pena viene rifiutato, si adotta il principio basato sulla rieducazione e sull'umanizzazione delle pene. Il diritto alla rieducazione del condannato è riconosciuto oggi dall'art.27 della Costituzione italiana.
Il diritto fondamentale dell'umanizzazione delle pene è sancito non solo dalla Costituzione italiana, bensì dal diritto internazionale con la Cedu (art. 3), ovvero la Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, giuridicamente vincolante per gli stati dell'Unione Europea con l'entrata in vigore del trattato di Lisbona (dicembre 2009).
Nella casa di reclusione di Fermo l'educatore viene dall'esterno una volta alla settimana e chiama una o due persone. Il tuo turno è tra quattro/cinque mesi. Non ci sono psicologi, non ci sono assistenti sociali. Non c'è palestra. Non c'è lavoro. Non ci sono attività culturali. Sebbene l'educazione e l'umanizzazione delle pene siano legiferati altresì dalla Legge Gozzini in materia di Ordinamento Penitenziario. Testualmente, l'esecuzione della pena deve favorire "il graduale reinserimento del soggetto nella società, attraverso un allargamento delle possibilità di accesso alle misure alternative alla detenzione, con la previsione di determinati meccanismi che incentivano la partecipazione e la collaborazione attiva del detenuto all'opera di trattamento".
Sul tema dell'umanizzazione della pena, la legge Gozzini introduce altresì l'art. 47 ter, la disciplina della detenzione domiciliare, ovvero una modalità di esecuzione della pena extra-carceraria. La detenzione domiciliare evita - nella sua ratio - la carcerazione a coloro che possono risentire sia sul piano fisico sia sul piano psicologico della permanenza in carcere. Tale disciplina confligge con la detenzione giustizialista, di moda negli ultimi anni in Italia.
Il giustizialismo degli ultimi anni ha inciso con pesantezza e negatività sulle condizioni di vita dei detenuti: l'incremento del sovraffollamento in carcere è il reato commesso dall'Italia. La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha condannato l'Italia (l'8 gennaio 2013) per aver violato l'art.3: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o a trattamenti inumani o degradanti". Oggi sono centinaia i detenuti che hanno scelto di suicidarsi a causa del sovraffollamento che toglie l'ossigeno. Il carcere di Fermo rieduca alla morte?
Se non si vuole che le pene degradino a trattamenti contrari al senso di umanità e il carcere a luogo di sopraffazione come nella casa di reclusione di Fermo, alla persona detenuta sono riconosciute dalle Costituzioni nazionali e internazionali una serie di garanzie minime insopprimibili. In primis il diritto alla dignità umana e il diritto alla salute, valori fondamentali delle società democratiche, diritti inalienabili e necessari per qualunque trattamento rieducativo (studio, educazione, lavoro di utilità sociale, attività culturali, mantenimento delle relazioni familiari) del condannato. Non era l'illuminista Voltaire che già nel Settecento scriveva che "il grado di civiltà di uno Stato si misura dal grado di civiltà delle sue prigioni"?
Ah! Il bagno nelle celle del carcere di Fermo: non c'è la porta, c'è un muretto di massimo 50 centimetri che non ripara dagli odori e dai rumori di sei persone recluse tutte insieme (italiani, stranieri, tossicodipendenti, sieropositivi). Rinunciare al proprio pudore e alla propria igiene è violenza contro la persona detenuta, che viene privata di se stessa, della propria dignità.
Il carcere di Fermo non rieduca le persone, ma li riduce a numero, produce nelle persone detenute sentimenti di disprezzo e di rivalsa verso la società in cui dovrebbero essere re-inserite, socializzate, ri-abilitate. Ma cos'è la dignità umana? Il dizionario della lingua italiana risponde così: con il termine dignità ci si riferisce al valore intrinseco dell'esistenza umana che ogni uomo, in quanto persona, è consapevole di rappresentare nei propri principi morali, nella necessità di liberamente mantenerli per se stesso e per gli altri e di tutelarli nei confronti di chi non li rispetta.
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