di Lucia Bianchini
Il Resto del Carlino, 12 dicembre 2023
Il vescovo Perego: “Sono peggio di una prigione, i cittadini devono essere informati dicendo loro la verità”. Sono circa cinquanta le associazioni ferraresi che dicono no al Cpr, il Centro di permanenza per i rimpatri, sia a Ferrara (dove è in corso uno studio di fattibilità sull’eventuale costruzione, ndr) e ovunque. E hanno spiegato le loro ragioni e le condizioni di vita “in quelli che sono delle vere e proprie carceri” ieri sera al cinema Apollo. L’occasione è stata la proiezione del documentario ‘Sulla loro pelle’ di Marika Ikonomu, Alessandro Leone e Simone Manda, con l’illustrazione del report ‘Buchi neri. La detenzione senza reato nei Cpr’ di Clid, Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili, con la partecipazione di Federica Borlizzi. Presente alla serata anche l’arcivescovo Gian Carlo Perego, che fin da subito ha espresso la sua totale contrarietà alla creazione del Cpr.
“Ad entrarci non sono persone pericolose - spiega Adam Atik, presidente di Cittadini del Mondo - non c’entra nulla la criminalità, ci sembra ingiusto che chi ha lasciato il suo paese per cercare un futuro migliore si trovi prigioniero per una semplice irregolarità amministrativa. Abbiamo notizie di come si vive in queste strutture: si attestano continui abusi, suicidi, cibo avariato, abbiamo tutti davanti le immagini del Cpr di Milano: persone che vivono nella sporcizia, senza cure mediche e tutele legali, ma il gestore ha intascato 4 milioni di euro, è un business, e per noi è inaccettabile”. I Cpr sono strutture dove i cittadini stranieri per una irregolarità amministrativa, la mancanza del permesso di soggiorno, o il suo mancato rinnovo, vengono detenuti in attesa dell’espulsione per un periodo che può andare dai tre ai diciotto mesi.
Il report ‘Buchi neri’ ha analizzato le condizioni di vita nel 10 centri presenti sul territorio italiano: “Abbiamo fatto molte richieste di accesso nelle Prefetture - ha raccontato Federica Borlizzi - ma ci è stato sempre negato: sono luoghi molto opachi”. Tra i dati raccolti vi sono condizioni di vita che spesso non rispettano gli standard richiesti dal Comitato europeo di prevenzione della tortura, “le Prefetture ci hanno chiaramente detto - prosegue Borlizzi - che in una stanza di 20 metri quadrati erano alloggiate anche 8 persone, con celle in cui vi era il bagno con la turca a vista, si mangiava e dormiva accanto allo stesso con un trattamento inumano e degradante. I detenuti non hanno il diritto di accendere e spegnere la luce, non c’è igiene; situazioni in cui ci sono sei docce per 150 detenuti, non c’è il riscaldamento e non ci sono abbastanza coperte. Sono strutture fatiscenti e Asl e Prefetture che dovrebbero sorvegliare non lo fanno”.
I servizi nei Cpr sono privatizzati, spiegano ancora i relatori, fino al 2013 gli enti gestori erano cooperative, “in seguito sono subentrate le grandi multinazionali”. A riuscire con telecamere nascoste a riprendere le condizioni di vita in un Cpr sono stati gli autori del documentario ‘Sulla loro pellè, parlando con persone trattenute e con ex operatori, che descrivono queste strutture come “gironi infernali, carceri alla stregua di Guantanamo”.
“È peggio di una prigione e siamo fortemente contrari - ribadisce Giuliana Andreatti di Mediterranea -. Crediamo che i cittadini ferraresi debbano essere informati, non disinformati: sono state date notizie e subito sono state contraddette, a seconda della reazione delle persone, servono invece chiarezza, trasparenza e informazione”. “Altro problema forte che sentiamo - spiega Hajar Sahbaoui di Cittadini del Mondo - è la continua profilazione razziale, a Ferrara e in tutta la nazione. La nostra associazione dal 2020 ha attivato il progetto Yaya, per documentare questo fenomeno, molto presente e che temiamo si accentui”.










