di Francesco Diozzi e Laura Guerra
Il Resto del Carlino, 9 agosto 2026
Il cappellano del carcere di Padova ospite a Voci dal parco: “La sfida è far conoscere la realtà della prigione per far passare la paura”. Un parco gremito di pubblico venerdì per don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, intervenuto al Santuario della Rocca per la rassegna “Voci dal Parco”. Occasione per parlare con lui di detenzione, libertà e di Uno Bianca.
Era già stato a Cento?
“No, da qui mi porterò a casa altri sguardi. Quando sento “Cento”, il collegamento che faccio è col Carnevale, poi con Lamborghini, e infine con Castel Maggiore, il paese del mio amico Alex Zanardi”.
Come vi eravate conosciuti?
“Nel 2005, a un meeting organizzato dalla polizia. Ero arrivato con un po’ di pregiudizi, essendo stato per tanti anni ciclista, ma quando lo sentii parlare nacque un’amicizia durata 22 anni, sempre in sordina, perché la prima cosa che lui mi disse fu: ‘Possiamo fare del bene, lo facciamo, però che nessuno ne sappia mai niente’. Mi ha seguito anche nella mia avventura in carcere. Mi ha insegnato che non bisogna piangere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, ma chiedersi se si ha sete”.
Nel suo percorso, ha incrociato Papa Francesco: quale il suo messaggio che applica all’interno del carcere?
“Da lui ho capito cos’è la misericordia. I programmi televisivi e i libri sono sono solo una piccola percentuale di un rapporto paragonabile a quello di un nipote con un nonno. Siamo convinti che basti la legge e un carcere pieno per rendere sicura una città: non è così. La legge arriva fino a un certo punto, poi fallisce ed è lì che l’amore riesce certe volte a fare la differenza: per un detenuto che l’ha combinata grossa e che si aspetta un pugno, la carezza è la maniera più inaspettata e pungente di fare giustizia, oltre ad aiutarli a porsi delle domande”.
Qual è, oggi, la situazione delle carceri?
“L’uomo che ha sbagliato è una scommessa che si può vincere. Il carcere è un incubatore di grandissimi interessi e non bisogna cadere nel tranello di chi promette di ‘svuotare le carceri’: nessuno, men che meno i politici, avranno mai l’interesse a farlo. Il vero problema non è il sovraffollamento ma la disperazione. Che a volte per una carezza usata male, fa partire le botte. La grande sfida è quella di aiutare le persone non a piangersi addosso, chiedere indulti o amnistie, ma a prendere consapevolezza di quello che hanno fatto, e poi decidere se continuare per quella strada o se imboccare la strada opposta, quella del bene”.
Le comunità e le associazioni di volontariato, che abbiamo anche a Cento, che ruolo hanno nel dare una seconda vita ai detenuti?
“Prima di accoglierli bisogna conoscerli. Il carcere e i carcerati fanno paura. Sono i lupi. Ma se si accetta di rischiare, avvicinarne uno può mostrare lati sconosciuti della luna. La sfida è sempre far conoscere la realtà del carcere per far passare la paura, e scoprire che dentro ci sono persone come noi, a cui nessuno aveva indicato la strada giusta, che a volte escono infinitamente migliori di come sono entrate”.
Com’è l’esperienza avuta con Marino Occhipinti e Alberto Savi, due componenti della banda della Uno Bianca?
“Li ho incontrati 16 anni fa quando ho iniziato il mio cammino nel carcere. Per me è un privilegio camminare con questi ragazzi. Mi hanno dimostrato che in ogni uomo c’è il bene e c’è il male. Ora, dopo vent’anni di scavo, di lavoro, di umiliazione e di richieste di perdono, mi hanno dimostrato che si può essere l’autore anche del reato più efferato, ma anche essere più grandi di ciò che si ha commesso. La sfida è ricordare a chi ha compiuto gesti deplorevoli, vigliacchi e ingiustificabili la consapevolezza che non hanno esaurito la grandezza che hanno dentro. Oggi, vedere Alberto tornare nel mondo, lavorare, provare a rimettere in piedi una famiglia, mi dà l’evidenza di quello che diceva Don Bosco: ‘Nessuno è mai perduto se lungo la strada trova qualcuno che gli tende la mano’. Ricordarsi che l’assassino può cambiare, è stata una delle pagine più luminose del mio percorso di prete dentro il degrado”.









