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di Simone Fanti


Corriere della Sera, 26 aprile 2020

 

All'interno della Casa circondariale G. Satta di Ferrara prosegue l'esperienza del teatro Nucleo con una modalità diversa che coinvolge una trentina di detenuti-attori. Le possenti mura del carcere non fermano chi calca il palcoscenico nemmeno al tempo del Covid-19. Il teatro Nucleo, fondato nel 1974 a Buenos Aires da Cora Herrendorf e Horacio Czertok e stabilitosi definitivamente a Ferrara nel 1978, prosegue la sua opera all'interno della Casa circondariale G. Satta della città estense. Lasciata la modalità vis a vis a periodi più facili (nella foto di Daniele Mantovani un momento dell'attività prima dell'emergenza sanitaria), con il Coronavirus si torna alle lettere. A seguito dell'impossibilità di accedere alla struttura detentiva, Horacio Czertok e l'attore e promotore dell'iniziativa Marco Luciano, hanno deciso di portare avanti la costruzione dello spettacolo Album di famiglia, nato all'interno del carcere con detenuti-attori, per corrispondenza attraverso il progetto Esercizi di libertà, in cui la preparazione della pièce avviene per via epistolare.

Sospese le visite, le prove e molte attività formative, i membri del teatro Nucleo hanno ritenuto che the show must go on, non si poteva interrompere. Era troppo importante. "Soprattutto quando abbiamo visto le immagini delle rivolte in carcere - spiega Marco - abbiamo pensato che dovevamo inventarci qualcosa. Come ci è venuto in mente?

La lettera supera i limiti carcerari ed è una modalità conosciuta da questi 26 detenuti-attori che hanno una scolarità e un'età molto varia (da 21 a 67 anni). Spesso per dare forma a una pièce, infatti, chiediamo a tutti di scrivere una lettera, a parenti o a un amico, e da questa enucleiamo i concetti che daranno vita e cuore ai nostri spettacoli".

"Il nostro lavoro serve anche ad allentare le tensioni - prosegue Czertok - e se n'è accorto anche chi inizialmente era contrario. Mi ricordo ancora gli inizi all'interno della casa carceraria ferrarese nel 2005 quando avvertivamo le comprensibili perplessità del personale penitenziario. Superate con il tempo. Anzi fu proprio il responsabile degli agenti penitenziari che venne da me e mi disse "mi devo ricredere... funziona".

Poche parole che accrebbero, se fosse stato necessario, l'entusiasmo del gruppo. Dopo due anni di lavoro intenso stava vedendo la luce Album di Famiglia: attraverso la figura di Amleto nelle varie riscritture del '900, da Heiner Muller a Laforgue, i detenuti hanno rielaborato le loro biografie con uno studio quasi antropologico sulla colpa, il lutto, l'eredità e il conflitto generazionale intorno al tema "padri e figli", argomento comune proposto a tutte le Compagnie che fanno parte del Coordinamento Regionale Teatro-Carcere della Regione Emilia Romagna.

"I livelli di alfabetizzazione sono molto diversificati - racconta Marco Luciano - e soprattutto gli ultimi arrivati hanno difficoltà a leggere i testi, ma la solidarietà dei compagni supera i limiti. Per questo nelle lettere affrontiamo temi complessi con una scrittura articolata - dalla pandemia alla libertà, dalla paura all'intelligenza collettiva - certi del sostegno interno al gruppo". E, una volta proposti fuori dalle mura del carcere, gli spettacoli fanno da ponte tra società e persone detenute aprendo un dialogo che va oltre la pena, lo stigma e i pregiudizi.